ZINGARETTI, QUEI 2 MILIONI NON HANNO CHIESTO “MENO PD” MA DI MANDARE A CASA I POPULISTI

Nicola Zingaretti


Stimo Nicola Zingaretti. Credo sia persona intelligente, competente e moderata, in un Paese che di intelligenza, competenza e moderazione ha un tremendo bisogno. I quasi 2 milioni di cittadini che ieri hanno fatto anche un’ora di coda per partecipare a questo trionfo democratico sono in buona parte merito suo.

E però oggi, 4 marzo, a un anno esatto dal giorno in cui questo Paese è sprofondato in una palude di chiusura e oscurantismo senza precedenti, l’incoronazione di Zingaretti rappresenta anche un passo indietro e la conferma di ciò che ho sempre pensato: che i danni peggiori del populismo non sono ciò che i populisti fanno ma quello che ci faranno diventare. Non significa che Zingaretti sia un populista, tutt’altro, piuttosto di quella stagione è un prodotto, la testimonianza più chiara ed evidente della subalternità culturale e politica che oggi scontiamo nei confronti di chi ci governa.

Quando, in meno di due anni passi dal 70% a Renzi al 70% a Zingaretti, quello non vuol dire aver capito gli errori o aver fatto i conti col passato. Significa aver archiviato un’intera stagione con un colpo di spugna, senza aver fatto i conti con essa e, soprattutto, senza prima aver gettato le basi per una proposta politica ed economica chiara e in grado di sostituirla. Per quanto capace, Zingaretti non ha (per ora) costruito un’idea di Pd ma un’idea di quello che il Pd non vuole più essere, così come non sembra avere una linea chiara su quasi tutti i manifesti del sovranismo: dal Reddito di cittadinanza (“è una misura sbagliata ma non la tocchiamo”) a Quota 100 (“non si può cancellare”), dalle chiusure domenicali (no comment) all’Europa (“siamo europeisti, ma…”), passando per la totale ambiguità rispetto al dialogo coi 5 Stelle (in meno di due mesi siamo passati dal Sì al Nì fino a un per nulla convinto No).

Davvero troppo poco per aspirare a costruire quel fronte ampio che ambisce a rappresentare la vera e unica alternativa a Salvini e ai 5 Stelle. Il timore fondato è che, se anche quell’idea di partito esistesse, sarebbe destinata al fallimento, e il motivo è semplice: perché ha in nuce una concezione di sinistra vecchia di dieci, quindici anni, ferma ad un’idea di Ulivo che non esiste più, ad una definizione di “destra” superata e ad una stagione che appartiene a un’era geologica fa.

Luigi Di Maio

Oggi Romano Prodi, che di quella sinistra fu l’ultimo a spegnere la luce prima di uscire, ci riporta tutti alla realtà: “Quando Annibale è alle porte, tutta Roma si unisce…”. Vero. Il problema è che Annibale non è più alle porte da un pezzo ma se ne sta sdraiato in sala da pranzo a gozzovigliare con i piedi sul tavolo, e questa volta non basterà qualche uomo di buona volontà a cacciarlo fuori di casa.

Il Partito Democratico è destinato a crescere nei prossimi mesi, se non altro per gentile omaggio dei 5 Stelle. Ma è proprio quando i grillini saranno più deboli, inermi e imploranti aiuto, magari de-dimaizzati e con una ritinteggiata di sinistra, che Zingaretti dovrà gettare la maschera e dirci una volta per tutte quale Pd ha in mente: quello che si apre al futuro e allo sviluppo o quello che si ripiega su se stesso? Quello che parla al popolo o quello che al popolo obbedisce?

In quel caso non saranno solo i renziani a guardare altrove ma, temo, 3/4 di quel milione di persone che ieri hanno affidato a lui l’ultima speranza di mandare a casa Annibale insieme ai tutti i suoi elefanti.

Mai come oggi, spero di sbagliarmi.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.