UNA PAGELLA CUCITA NELLE TASCHE PER DIRE “SONO UMANO ANCH’IO”

Tesori perduti (copyright Makkox)


Mediterraneo – anno domini 2015. Durante uno dei più disastrosi naufragi che la storia recente del nostro paese ricordi, circa mille persone stipate su un gommone troppo affollato, persero la vita. Quella tragedia fu un banco di prova importante per il governo Renzi, il cui premier, forse in uno dei suoi più riusciti interventi dialettici, si rivolse alle telecamere impegnandosi ad utilizzare tutte le risorse necessarie per dare degna sepoltura ai naufraghi, morti nel contesto di un lungo braccio di ferro tra Stati sovrani che aveva visto solo perdenti e nessun vincitore.

Tra quei mille, oggi scopriamo grazie al lavoro dell’anatomo-patologa Cristina Cattaneo, un ragazzino di 14 anni partito dal Mali, come tanti altri. Cucita nelle tasche, come il bene più prezioso, una pagella che era riuscito a strappare dalle mani dei trafficanti prima (i furti e i rapimenti sono una regola e non l’eccezione della tappa libica) e dalla furia del mare poi. Una pagella che arriva a noi portando con sé un messaggio di speranza e di malinconia. Ma anche una singolare inquietudine.

Perché quel pezzo di carta con i bei voti incisi sopra, racconta di una lotta, persa in partenza, per il proprio riconoscimento. Testimonia della necessità di un attestato di merito da portare con sé per garantire l’appartenenza al consorzio umano (che invece dovrebbe essere già di per se un fatto naturale) e sancire al contempo, le distanze con chi non ne fa parte perché non se lo è meritato.

Ed è precisamente in questo fraintendimento tra “ciò che dovrebbe essere riconosciuto” e “ciò che può essere concesso” che si annida una concezione dei diritti umani come concessione, in linea con quanto la legge Salvini ha recentemente introdotto: tolta la protezione umanitaria per chi proviene da situazioni di vulnerabilità oggettive, restano i permessi di soggiorno “per atti di particolare valore civile” per chi dimostri di distinguersi nelle pubbliche virtù, dall’inseguimento al ladruncolo di turno, fino al salvataggio di un’incauta anziana che rischiasse di essere investita.

photo @ga

Uno scivolamento semantico che riporta il diritto all’accoglienza (previsto dalla convenzione di Ginevra) nell’ambito della negoziazione arbitraria del potere politico – come accade nei regimi dispotici – quando in realtà dovrebbe semplicemente esser riconosciuto in quanto tale da una democrazia liberale. Democrazia in cui il potere politico si esercita sempre sub lege: perché il potere delle leggi (come voleva Aristotele) viene sempre prima di quello degli uomini.

E se questo scivolamento semantico ha trovato in Salvini il proprio compimento, significativi precursori non sono mancati, nemmeno nel centrosinistra. Per citare un esempio, la sindaca di un comune del piacentino in quota Pd Patrizia Calza, venne invitata da Bruno Vespa a Porta a Porta per presentare la sua idea: una riforma del sistema di accoglienza che introducesse un criterio meritocratico nell’erogazione dei contributi economici, tanto quanto dei permessi di soggiorno, premiando coloro che si fossero distinti nei servizi di pubblica utilità (leggasi lavoro gratis) nei comuni di residenza e punendo chi non accettava questo “patto di solidarietà”. Un do ut des che, di fatto, mercificava il diritto all’accoglienza dei richiedenti asilo, rendendolo negoziabile a piacimento.

Ecco, se la sinistra vuole partire da un’alternativa, parta dal recupero di una cultura dei diritti e dalla condanna di questa forma mentis, in cui il presunto tentativo di confortare un’opinione pubblica che si crede esasperata, conduce ad autogol clamorosi nelle tornare elettorali, dove i votanti, si sa, alla copia preferiscono sempre l’originale.

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Written by Pier Paolo Tassi
32enne laureato in filosofia, da tre anni mi occupo della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrivo di sociale sul quotidiano "Libertà" e non perdo occasione per frequentare i bassifondi. Ostinatamente dalla parte degli ultimi, verso i quali ho sempre nutrito curiosità e grande rispetto. Anche se a volte mi fanno veramente dannare.