UN ANNO SENZA IL MORANDI E QUEL RUMORE SORDO DELLA VITA CHE RIPARTE

Il Ponte Morandi durante la prima fase di demolizione

Pubblicato su Tpi il 14 agosto 2019

Ci sono luoghi che hanno fusi orari tutti loro, indifferenti alle longitudini e alle stagioni. A Bologna le lancette dell’orologio della stazione Centrale hanno smesso di muoversi il 2 agosto di 39 anni fa, alle ore 10.25, e da allora non sono più ripartite, immortalando per sempre un’intera città nell’attimo in cui ha perso l’innocenza. Una bomba. La più grande strage terroristica della storia italiana.

New York si è fermata alle 8.46ora locale dell’11 settembre 2001 (le 14.46 in Italia), quando il primo Boeing 767 si è schiantato a 490 miglia orarie tra il 93° e il 99° piano della Torre Nord del World Trade Center. Il più grande attentato di tutti i tempi.

Anche Genova ha il suo fuso orario: le 11.36 del 14 agosto. A molti forse questa data non dice nulla. Ma se sei nato qui, se sei genovese, la mente corre inevitabilmente all’istante in cui il nostro “Ponte di Brooklyn”, il nostro gigante dai piedi di argilla, è collassato su se stesso precipitando 50 metri più in giù, insieme a 46 persone, di cui 43 non ne sono usciti vivi e 3 li conoscevo personalmente. 

Questo non è un semplice orario. È il confine tra quelli che siamo e quelli che eravamo. Quante volte lo avrete sentito dire: tutti si ricordano dov’eravamo, cosa facevamo e con chi quando il Ponte Morandi è crollato. Ed è strano, perché io ero nello stesso punto esatto in cui mi trovo ora, a raffreddare un biberon per mio figlio ad una fontana ghiacciata, a Cogne. E non so la temperatura esatta che aveva raggiunto quando Whats app si è illuminato. “È crollato il ponte Morandi” c’era scritto su quella chat. Ma nessuno all’inizio ha realizzato. “Sarà stato qualche calcinaccio” suggeriva qualcuno. “Di sera, negli ultimi giorni, stavano facendo dei lavori” ricordava un altro. “Ma sì, un semplice cedimento, è così che sarà andata” ripetevamo e ci ripetevamo, più per convincere noi che gli altri. 

Nei sette minuti successivi, ipotesi di ogni genere, tra il pragmatico e il consolatorio, si sono inseguite tra le chat e i telefoni dei genovesi, non importa dove fossero e cosa stessero facendo. Poi, come uno schiaffo – ricordo ancora il bruciore fisico – quella foto: il ponte spezzato in due che emerge come un fantasma in mezzo a una spessa coltre di pioggia e vapore acqueo, tranciato di netto in due punti lontani centinaia di metri l’uno dall’altro. In mezzo: il vuoto. Talmente vuoto che ancora oggi che ne scriviamo non esistono parole per poterlo colmare. Saremo rimasti così chissà per quanto, solo col rumore delle poppate sintetiche di Ludovico e il pensiero che corre agli amici, ai parenti, a chi vive sotto quel ponte e a chi su quel ponte ci passava sopra tutti i giorni. Alle telefonate che vorresti fare e a quelle che non faresti mai. Al senso di colpa di essere lontano, assente, mentre Genova era in ginocchio. 

È vero. Ricorderemo tutto – troppo – di quella mattina. Quello che non vi dicono mai è quante centinaia di volte abbiamo rivissuto quella scena nella nostra testa, le migliaia di volte che abbiamo percorso quel ponte negli ultimi dieci, vent’anni, e le milioni di volte in cui lo abbiamo ripercorso per intero con la mente, al volante, ogni curva, ogni giuntura, da una galleria all’altra, e per chissà quante altre volte realizzeremo che su quel ponte, a quell’ora, in quel punto esatto, potevamo esserci noi.

Non è se, ma quante volte. Al giorno. L’abbiamo preso tutti quel maledetto ponte. Per anni, in coda al mattino e con il sole in faccia al ritorno, in certi giorni di tarda primavera, e la radio che andava e veniva, come se qualcosa la disturbasse. A dirla tutta, non era nemmeno un ponte. I ponti li prendi, sui ponti ci sali. Sul Morandi ci finivi per inerzia, da est addirittura ci arrivavi dall’alto, dopo una breve rampa in discesa, quasi ci planavi, e da lì diritto fino in fondo verso una galleria, una vacanza, un nuovo o un vecchio amore.

Non sono cose o pensieri che metti in ordine subito. A volte ci vogliono mesi, anni. Paradossalmente, ci siamo resi conto di cos’era per noi davvero il Morandi quando non c’era più, quando è definitivamente scomparso dallo skyline di Ponente, dall’orizzonte che separa i mari e l’entroterra, crollato una seconda volta, questa volta intero, definitivamente e per sempre. Fatto brillare con l’esplosivo. Solo che, a differenza di quel maledetto 14 agosto, stavolta ci hanno avvertito. Abbiamo avuto il tempo di prepararci, organizzare una reazione, togliere il tappo e versare tutte quelle lacrime che, in quei dieci mesi, non siamo stati capaci di versare.

Per questo oggi, a distanza di un anno esatto, è ancora come se fosse successo ieri, in rapida e cronologica successione: l’incredulità, il rifiuto, il terrore fisico, l’urlo, l’elaborazione, il lutto, il silenzio. È per questo, in fondo, che gli orologi a un certo punto si fermano e non ripartono più: perché non abbiamo un’altra ora più esatta con cui sincronizzare le nostre vite.

Quando una tragedia di queste proporzioni prende forma, non hai tempo per piangerti addosso o prendertela con qualcuno. Ci sono i soccorsi, la conta delle vittime e dei danni, le case da sfollare, le perizie da svolgere, i danni da risarcire, le vite da ricostruire. Paradossalmente, a salvarci è stata l’emergenza, l’essere obbligati a vivere al ritmo e al respiro di questa ricostruzione permanente, che ti prosciuga ogni forza, energia, tutto. Anche il tempo per protestare. Per “mugugnare”, come diciamo noi.

E pensare che ne avremmo avute di ragioni per protestare contro un governo lento, pachidermico, perso in una guerra di principio con Società Autostrade che nessuno ha mai capito sino in fondo in una città che chiedeva solo un nuovo ponte, in tempi certi e rapidi. E che non facesse più paura. Siamo gente pratica, noi genovesi, che non vuole pacche sulle spalle o vuota retorica ma infrastrutture, lavoro, soluzioni al traffico. In una parola: normalità.

Già, perché il capitolo forse più oscuro e a tinte fosche di questo lunghissimo anno è dedicato alla politica. Non tanto quella locale, che ha avuto il merito – tanto come Regione, quanto come Comune – di far ripartire in pochi mesi, pur tra mille difficoltà, una città spezzata in due, alle prese con un porto isolato e un sistema commerciale in ginocchio. Il governatore Giovanni Toti e il sindaco Marco Bucci, rispettivamente nei panni di commissario all’Emergenza e alla Ricostruzione, hanno saputo ricucire i fili della viabilità, garantire i risarcimenti, fare pressione al governo perché fossero rispettati i tempi della ricostruzione.

La nota dolente riguarda, semmai, il governo gialloverde. O quello che oggi ne rimane. Nessuno si scorderà mai il vocale su Whats App del portavoce del premier Conte, Rocco Casalino, e quella frase agghiacciante – “Mi è saltato il Ferragosto” – nelle ore appena successive alla tragedia. Il “ponte vivibile” del ministro Toninelli “dove portare i bambini a a giocare e a fare i pic-nic”. Così come è rimasto inciso nella memoria di tutti l’ingresso dei due vicepremier Di Maio e Salvini, accolti come rockstar tra due ali di folla, mentre si fanno selfie ai funerali di Stato per le vittime del Morandi, in un Palazzetto dello Sport gonfio di lacrime. E, a distanza di 12 mesi (e una crisi di governo dopo), probabilmente faticherebbero ad entrare in quel palazzetto senza essere scortati.

Il primo, Luigi Di Maio, che avrebbe dovuto restituire giustizia alle vittime del ponte ed è riuscito a portare a casa un decreto tardivo e pasticciato, con dentro un condono per gli abusi di Ischia, molti soldi (800 milioni di euro), nessun vero piano di rilancio economico e produttivo e la promessa ossessiva e giustizialista di una revoca della concessione ad Autostrade ad Atlantia che non solo rischia di fornire un enorme alibi ai probabili responsabili della tragedia, ma che – tanto per fugare ogni dubbio – non ha fatto in tempo ad essere approvata prima che cadesse il governo. Nell’attesa, però, lo scorso luglio lo stesso Di Maio ha trovato il tempo di premiare i Benetton annunciando che Atlantia – solo pochi giorni prima dichiarata “decotta” dal vicepremier – entrerà nella compagine azionaria di Alitalia; il secondo, Matteo Salvini, a Genova l’hanno visto solo quando c’è stato da mettersi un caschetto giallo in testa in favore di telecamera, mentre le gru smantellavano il ponte un moncone alla volta, e infine, il 28 giugno scorso, in prima fila nel palchetto autorità, mentre andava in scena lo “spettacolo” della demolizione controllata, punta dell’iceberg di una gestione del post-Morandi che, per il ministro degli Interni, è sempre stata solo e unicamente una formidabile passerella elettorale.

Ciò che resta quando le telecamere si sono definitivamente spente, lo show finisce e gli ultimi detriti sono stati portati via, sono le macerie psicologiche. Può sembrare strano, eppure oggi che del Morandi non è rimasto in piedi neppure un moncone, forse per la prima volta abbiamo la sensazione che un pezzo di quel ponte rimarrà per sempre lì, per anni, come un arto fantasma che resta vivo nella mappa neurologica di una città. E lì resterà, anche quando saremo davvero tornati alla normalità, quando ci sarà il nuovo ponte di Renzo Piano, più bello, più moderno, più sicuro, quando sui ponti ci saliremo sul serio, e magari la radio finalmente prenderà quella dannata frequenza.

In qualche modo dovremmo imparare a conviverci, come dovremmo convivere – chissà ancora per quanto – con lo strazio e le responsabilità morali e legali per le 43 persone che quel ponte lo hanno preso per ultime, e non sono mai arrivate dall’altra parte. Oggi sappiamo – come ha ribadito ancora pochi giorni fa il procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, che “Il Morandi non ce la faceva più a stare in piedi. Come una persona anziana che muore di morte naturale”. Ma di naturale non c’è nulla in 25 anni di mancate manutenzioni, nella sistematica sottovalutazione delle condizioni strutturali del ponte, che si stava sfarinando sotto i nostri piedi giorno dopo giorno, coda dopo coda, senza che nessuno si fosse preso la briga di avvertirci. 

Di naturale, in questa storia, è rimasta la rabbia delle famiglie, a cui nessuna demolizione, nessun nuovo ponte restituirà pace. Mai. Così come nessuna nuova sistemazione restituirà una casa agli sfollati, né nessun indennizzo o incentivo ridarà fiato e ossigeno alle imprese, ai commercianti, a chi quel giorno di un anno fa ha perso lavoro, attività, futuro. E a tutti quelli che hanno avuto la sfortuna di essere etichettati come “zona arancione”, e della tragedia pagheranno tutto, senza ricevere nulla in cambio. 

Poi, però, come sempre, in qualche modo bisogna andare avanti. O almeno provarci.

Oggi, in questa giornata di agosto che non sarà mai una giornata come le altre, dopo tutto quel peso e quelle giornate e quel dolore che tutti quanti ci siamo lasciati alle spalle, guardi quelle lancette ferme alle 11.36e, forse per la prima volta, realizzi la più semplice, sconvolgente delle verità: che il tempo non si muove sul quadrante di un orologio, né si misura con le ferite che ci portiamo dietro ma con la velocità alla quale diventano cicatrici. E smettono di bruciare sulla pelle. Guardo l’orologio: sono le ore 11.37 del 14 agosto. Domani è un altro giorno.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.