“TROPPO BRUTTA, NON È STUPRO”: COSA RESTA DELL’8 MARZO NELLA SENTENZA DI 3 GIUDICI DONNE

Una manifestazione di “Non una di meno”


Troppo brutta. Sembra un maschio, non può essere stata stuprata.”
Non lo hanno detto tre fresconi leghisti al bar con un bianchetto in mano ma tre giudici (donne) della Corte d’Appello di Ancona, che con questa incredibile motivazione hanno ribaltato le condanne in primo grado a due ragazzi accusati di violenza sessuale nei confronti di una 22enne di origine peruviana. 

Ci ha pensato la Cassazione ad annullare e a rinviare il verdetto, ma non può certo cancellare l’orrore che ti resta addosso quando i luoghi comuni più vieti, grossolani, barbari dal bancone di un bar si spostano in tribunale.

Non sono trascorse neanche 48 ore dall’8 marzo, che la realtà spazza via in un amen un fiume di parole, auspici, buone intenzioni e petali di mimosa che ha riempito social, strade, case e uffici in occasione della Festa della donna. Confermando nei fatti come il sessismo, il maschilismo feroce, non sia più una semplice questione di genere ma un virus che ha ormai infettato l’intera nostra società. E non basteranno forse altri 364 #ottomarzo per debellarlo.

Due giorni fa ho scritto le righe che seguono. E, mentre lo facevo, cresceva in me la consapevolezza che, per quanto sincere fossero, per quanto sentite, sarebbero rimaste soltanto parole. La sentenza di Ancona dimostra, se mai ce ne fosse bisogno, che i miei timori erano fondati.

“Vi confesso che per me non è un 8 marzo come tutti gli altri – ho scritto – Quando diventi padre non lo è mai, non lo è più, perché cominci a cogliere aspetti della vita di una donna che prima erano camere oscure. Cominci ad avere un rispetto quasi religioso della fatica indicibile che comporta sforzarsi di rimanere profondamente e compiutamente donna, nel corpo come nel lavoro, in una società che vuole importi di essere soltanto una mamma e un seno. E la grazia con cui, contro ogni evidenza, ci riescono, dove noi ci arrenderemmo al primo ostacolo, alla prima etichetta che ti affibbiano, è per me la prova definitiva che l’uguaglianza è la meno ambiziosa tra tutte le utopie femministe.

Il mio pensiero, oggi, va a tutte le donne che rifiutano un ruolo che non gli appartiene ma anche a tutte le donne che quel ruolo lo sentono proprio e lo rivendicano. Perché non esisterà mai la piena parità di diritti fin quando una sola donna non potrà decidere fino in fondo se essere manager o casalinga, mamma o donna in carriera, se fare figli o non farne, se e come usare il proprio corpo, senza dover mai dare una spiegazione a nessuno. A nessuno.

photo @ga

Ma quello di quest’anno è un 8 marzo diverso perché siamo minacciati – noi tutti – da uno dei decreti più oscurantisti, illiberali e negazionisti degli ultimi decenni, che, in nome di un’ipocrita e illusoria parità di genere, rischia di riportare l’orologio delle conquiste femministe e del diritto di famiglia indietro di quarant’anni. Non è – e non potrà mai essere – un giorno di festa fino a quando ci sarà bisogno di chiamarla festa, fino a quando sarà necessario parlare di femminicidio, fino a quando una sola donna sarà sfruttata, discriminata, oppressa, classificata, abusata, fino a quando un solo uomo metterà in discussione l’aborto, fino a quando non smetteremo di trattare l’8 marzo solo come una riserva indiana della donna e cominceremo a concepirla solo per quello che è: un’occasione per difendere anche i nostri diritti, di tutti noi, gli unici che abbiamo.

Grazie di essere donne, perché senza di voi non sarei capace di essere uomo.

Buon 8 marzo a tutte e a tutti!”

Ma questa volta non sia solo per un giorno.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.