LE STRADE A SINISTRA OLTRE IL POPULISMO

Un momento del V-Day 1 a Bologna, nel 2007

Pubblicato su “la Repubblica” l’11 novembre 2018

Ogni porta che si chiude a sinistra è un portone spalancato verso il populismo. È andata avanti così per un po’, a ondate, negli ultimi dieci anni, con molti picchi e qualche pausa, ma in linea di massima con una costanza e un impeto sufficienti a rivoluzionare la geografia stessa della politica italiana. Dentro quegli “stargate” ho visto passare di tutto: ex comunisti traditi, progressisti delusi, sedicenti riformisti, post-ideologizzati. Ognuno di loro folgorato, in buona fede, da un linguaggio nuovo, urlato, non mediato, quasi auto-assolutorio in quel rifiuto dichiarato (“ve lo dice un comico”) di ogni forma di complessità e perizia.

E, mentre tutto questo accadeva, la sinistra, invece di ricompattarsi, si è dedicata a quello che le riesce meglio: la frammentazione dell’atomo. Ne è uscito fuori un arcipelago di correnti e mozioni invisibili anche ai più moderni satelliti. Ma, grossomodo, credo si possano isolare due fondamentali pulsioni. C’è chi ha provato a inseguire il populismo sul suo terreno, finendo per esserne fagocitato e inghiottito. E c’è chi ha preferito arroccarsi in un Aventino di sdegnata superiorità ideologica, si direbbe genetica. Che aveva e, in effetti ha, un suo senso e una sua visione profonda. Solo che quella spinta centrifuga, invece di limitarsi ai Grillo, ai Di Maio e ai “cattivi maestri”, per qualche ragione ha finito per estendersi indiscriminatamente a chiunque in questi anni – anche solo per curiosità o cupa rassegnazione – avesse osato mettere il naso fuori dal tempio. Con l’unico risultato apprezzabile di aver ulteriormente esasperato, fino a farla esplodere, la “rottura sentimentale” tra un centro-sinistra progressista e il suo elettorato naturale. Sin qui è storia.

Io, in questi anni, quel pellegrinaggio biblico l’ho visto partire. Arrivava da sinistra, questo tutti allora ce l’avevamo chiaro, ma nessuno sapeva di preciso dove stava andando. Neppure – va detto – chi quel pezzo di strada lo stava facendo. Ho provato a osservarlo senza pregiudizi, cercando di capirne più che potevo. Non molto, per la verità. Ma, se lo rivedo oggi, a distanza di anni, un paio di cose me le porto a casa:

1) Nessuno credeva realmente che il Movimento 5 Stelle avrebbe potuto dare una qualche risposta alle grandi sfide del nostro tempo: integrazione, globalismo, multiculturalismo, Europa. La verità è che pochi di noi allora si ponevano quelle domande, presi com’eravamo ad accapigliarci nell’eterna, provincialissima, “guerra civile” tra pro e anti-berlusconismo. È finita che ho capito sul serio quanto contavano per me quei valori quando ho cominciato a vederli sul serio in pericolo.

2) In questi anni abbiamo assistito a un altro smottamento epocale, di cui il M5S è stato leva e incarnazione a un tempo: la disgregazione a velocità folle di quel complesso sistema di gesti, azioni e segni convenzionali che eravamo abituati a chiamare sapere umano. In un intervallo di tempo irragionevolmente breve, la cultura non era più un modo dignitoso per guadagnarsi da vivere, i luminari erano diventati spietate Spa, le mamme “ministre dell’Economia”, e non era più mica così scontato che vaccinare il proprio bimbo fosse una buona idea. A molti era parso un atto liberatorio, bonariamente infantile e senza conseguenze.

Oggi sappiamo che lì dentro c’erano già i germi dell’attuale deriva, culminata nell’abbraccio mortale col fascio-populismo più feroce e oscurantista. Ma, se c’è una cosa che oggi nessuno si può permettere di fare, è pesare al bilancino colpe e responsabilità. “Chi se n’è accorto prima, chi dopo?” “Chi lo ha sempre detto, chi mai?” “Chi è più a sinistra di chi?” È un gioco anche divertente per un po’, ma temo che non sposti di un millimetro il tavolo su cui stiamo giocando la partita dei prossimi trenta, quarant’anni.

La verità è che, mentre la sinistra si impantanava in un dibattito valoriale a tratti incomprensibile, il significato stesso della parola sinistra, così come l’abbiamo sempre conosciuto, si è sfarinato per poi ricomporsi. È accaduto che l’asse cartesiano attorno a cui abbiamo costruito il nostro modo di stare al mondo si è capovolto di 90 gradi, rendendo di colpo obsoleto non solo il nostro posto sullo scacchiere, ma lo scacchiere stesso, e persino le regole del gioco. Oggi il confine non è più tra destra e sinistra, ma tra europeismo e sovranismo. Quindi la sinistra è morta? Neanche per sogno. Semplicemente si è spostata di qualche grado più a nord, si è adeguata a un nuovo paradigma, ha rimesso in gioco i termini della questione. Non sono in discussione i profondi valori sociali e civili della sua storia, ma il modo in cui disporli sul campo. Su due piedi, non ho una definizione precisa della parola “sinistra progressista”, ma ho un’idea piuttosto chiara di quale sia il suo compito: dare un nome il più possibile esatto a un sofisticato insieme di valori, competenze, mediazioni che oggi sono ufficialmente sotto attacco. Di più, farsi essa stessa mediazione. Andare incontro. Trasformare le porte in portoni.

Siamo all’alba di un’epoca di meravigliosa Resistenza in cui ci sarà da lottare su tutto, rinegoziare principi, proteggere conquiste, salvaguardare diritti umani e civili o anche le più elementari leggi dell’economia, della scienza e del lavoro. Ci sarà bisogno di tutti, e sarà bellissimo.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.