SORVEGLIARE E PUNIRE: COME CAMBIANO I BANDI ACCOGLIENZA AI TEMPI DEL SALVINISMO

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Dall’accoglienza alla sorveglianza, dall’integrazione alla punizione. I nuovi bandi prefettizi emanati in questi mesi sulla scorta delle indicazioni ministeriali del nuovo governo più verde che giallo, sembrano avere muse ispiratrici ancora più antiche del padre Minniti. Nel contenuto, il Panopticon di Jeremy Bentham; nella forma, il classico “Sorvegliare e Punire” di Michel Foucault.

Di fatto, ai gestori dell’accoglienza 2.0 si chiede semplicemente una cosa:

– Parcheggiare i richiedenti asilo in un grosso centro con monitoraggio a vista 24 ore su 24;

– Garantire loro il minimo indispensabile di vitto (senza possibilità di scelta da capitolato tecnico: dalle 2 fette biscottate a testa con marmellata alla mattina, all’utilizzo esclusivo di posate e piatti di plastica, con buona pace dei Fridays for Future)

Evitare che muoiano, adoperandosi con il sistema sanitario pubblico e un medico reperibile per le emergenze giusto qualche ora al mese.

Inibire al massimo la possibilità che possano uscire dallo stesso centro e scorazzare liberi per la città – magari con un abbonamento bus al seguito (nemmeno per il trasporto sono infatti previsti rimborsi a meno di emergenze) – per evitare che incutano timore alla popolazione locale e, men che meno:

Partecipare ad attività integrative o formative al lavoro. Non sia mai che rubino il posto agli italiani. O che inducano gli italiani a pensarlo. 

Di fronte al mondo dell’accoglienza, il vicepremier Salvini si comporta come un terrapiattista di fronte a un mappamondo: lo vede e lo nega nella sua totalità. Così facendo – di questa rivoluzione copernicana al contrario, che mette il business dei furbetti al centro del sistema e le associazioni virtuose dell’accoglienza fuori – sa già di essere il sicuro vincitore.

Se i bandi (a base d’asta 20,5 euro contro i 35 dello scorso anno) vanno deserti, allora dimostra che chi faceva accoglienza lo faceva per business. Se invece la domanda di posti in accoglienza va esaurita, allora significa che si poteva lavorare così già prima, evitando gli sperperi. La verità – venuta meno l’ubriacatura mediatica e ideologica – come spesso accade, sta invece nel mezzo. E non è così facile da digerire: saranno premiati gli enti che già avevano impostato un’economia di scala, risparmiando sui servizi integrativi. Verranno meno gli enti certificati e qualitativi che destinavano una grande fetta del loro fatturato a questi servizi, impostando un discorso di rete con l’associazionismo locale e con le pubbliche amministrazioni locali.

Un regalo a chi fa dell’utile la propria vocazione, proprio come accade generalmente nell’Italia delle offerte economiche al massimo ribasso. Che si tratti di migranti, di pazienti sanitari o di vulnerabili sociali, il gioco non cambia. È infatti precisamente dove il servizio pubblico (in questo caso direttamente lo Stato) smette di farsi garante della qualità di servizi sensibili che l’imprenditoria del malaffare va a gonfie vele.

Matteo Salvini

Che fare dunque di fronte a questo desolante scenario da apertura del vaso di Pandora?

La risposta, se esiste, non può che derivare proprio da quelle forze attive, laiche, cristiane e musulmane, che si sono adoperate in questi anni per reggere l’urto di un’emergenza migratoria che ha spesso messo a rischio – se non superato – la soglia minima di umanità.

Mai come ora serve uno sguardo che superi campanilismi e petizioni di principio, e che sappia trasformare la pars destruens della disobbedienza civile nella progettazione di una rete che salvi proprio quei servizi di inclusione (formazioni professionali), integrazione (insegnamento della lingua italiana) e accompagnamento all’autonomia (inserimento al lavoro), che questo governo ha deciso di far venire meno, lasciando a casa numerosi giovani operatori sociali italiani da un posto di lavoro tutelato e – mediamente – sufficientemente retribuito.

Le ipotesi possibili sono tante – da un mutuo finanziamento da parte degli enti gestori che parteciperanno al bando per destinare una quota di quanto percepito al miglioramento qualitativo dei servizi di integrazione – alla costituzione di un ente supervisore che accentri a sé tutti i servizi di accoglienza e integrazione prima dispersi nella galassia dei singoli Cas.

Sarebbe il miglior modo per restituire dignità agli ospiti dei centri che rischiano di perderla da un giorno all’altro. E per restituire autorevolezza e valore sociale a un lavoro – quello degli educatori e degli operatori umanitari – mai sufficientemente riconosciuto. Il gioco, credo, valga la candela.

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Written by Pier Paolo Tassi
32enne laureato in filosofia, da tre anni mi occupo della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrivo di sociale sul quotidiano "Libertà" e non perdo occasione per frequentare i bassifondi. Ostinatamente dalla parte degli ultimi, verso i quali ho sempre nutrito curiosità e grande rispetto. Anche se a volte mi fanno veramente dannare.