SEA-WATCH, IL VERO DRAMMA DEI 42 MIGRANTI È CHE IN ITALIA È DIVENTATO NORMALITÀ

Migranti in “ostaggio” sulla Sea-Watch


Mentre vedi i 2 minuti scarsi di appello di un migrante della Sea-Watch che implora un porto sicuro, non realizzi fino in fondo che è all’Italia che si sta rivolgendo. È a noi che parla quel ragazzo. Alla stessa comunità di persone capace di costruire clamorose storie di bellezza e successo come la fresca conquista delle Olimpiadi invernali 2026. Mentre quegli occhi vacui e quel francese elementare ti penetrano nella carne lentamente, non riesci sul serio a rassegnarti a considerare normale che 42 migranti reduci da prigionia, violenze e torture di ogni genere siano da 10 giorni in balia del Mediterraneo, senza un approdo sicuro. Com’è potuto accadere – ci ha ricordato ancora ieri, quasi da sola, Emma Bonino – che un continente di 500 milioni che ambisce a definirsi Unione assista senza colpo ferire a una tale, eclatante, violazione dei più elementari diritti umani senza chiedersi se quella cosa riguardi anche noi?

La verità è che ci siamo abituati. In qualche modo assuefatti. Nella migliore delle ipotesi: rassegnati. E tutto ciò non ha nulla a che vedere con la nostra umanità, solidarietà o con la nostra capacità di essere solidali. No. Ancora una volta, e sempre di più, quello che sta accadendo in questi giorni e in queste ore al largo di Lampedusa ha a che fare con la comunicazione. E, più esattamente, con la capacità di una certa parte politica di utilizzarla a proprio uso e consumo.

Pensateci. Fino a solo sei mesi, ad ogni barca o barcone in ostaggio del governo, c’era una larga parte di opinione pubblica che, pur tra mille difficoltà e sfidando insulti e offese di ogni genere, si mobilitava. La rete si indignava, sui social non si parlava d’altro e l’argomento poteva rimanere trending topic su Twitter anche per settimane. Le redazioni, di ogni linea o tendenza politica, ci aprivano giornali e telegiornali. Aquarius, Diciotti, la stessa Sea-Watch, Open Arms, Mediterranea, sono nomi che sono entrati nell’immaginario popolare con la stessa potenza evocativa con cui, quasi 30 anni prima, la nave Vlora era entrata con a bordo 20mila albanesi nel porto di Bari e nella coscienza collettiva di milioni di italiani.

Di fronte a simili premesse, ognuno di noi si attendeva di andare incontro a un’estate tra le più calde e drammatiche degli ultimi anni nel Mediterraneo, peggiore persino di quella del 2015, all’apice della crisi siriana e della successiva ondata migratoria epocale che ne seguì. E invece oggi, dopo 12 mesi di quasi ininterrotto lavaggio di cervello di massa, di hashtag e dirette Facebook a ciclo continuo, è accaduto, paradossalmente, l’effetto contrario. È successo che ci siamo assuefatti, abituati a considerare l’odissea di una ong carica di migranti in fuga dall’inferno un fatto tutto sommato normale, quasi fisiologico. Matteo Salvini e questo governo costruito sulla paura sono riusciti a costruire una narrazione basata su assuefazione e abitudine, in un certo senso normalizzandola. Sembra un paradosso e la ragione è semplice: perché è esattamente quello che è. Ed è per questo che funziona. Quando riesci a cancellare da una determinata vicenda, e dal dibattito pubblico in generale, il sottolivello emotivo ed emozionale, in quel momento in pratica lo stai cancellando del tutto, sia esso positivo o negativo. Col risultato che Salvini ha finito per disinnescare, insieme alla paura, per riflesso, anche l’empatia, l’indignazione, l’immedesimazione con il dramma.

photo @ga

Tutti noi dobbiamo fare uno sforzo per convincerci che siamo di fronte a un’emergenza paragonabile a quella della Diciotti o dell’Aquarius. Eppure la vicenda, la trama, i personaggi coinvolti, sono pressoché identici, le implicazioni in termini di diritti umani le stesse. Abbiamo assistito così tante volte a quel copione, quasi identico nella sua ritualità, che ha finito per perdere, volenti o nolenti, il suo carattere eccezionalità. E, con esso, la sua carica emozionale, decisiva almeno quanto la paura quando parliamo di immigrazione. Dopo quasi un anno di “strategia della tensione”, Salvini è riuscito nell’intento di normalizzare – e, di conseguenza, silenziare – ciò che, in qualunque paese civile, è invece una bomba a orologeria sotto il cuscino delle nostre coscienze. Con la complicità di un’Europa troppo impegnata ad occuparsi di nomine e spartizioni di potere per occuparsi di 42 disperati nel Mediterraneo.

Quella a cui stiamo assistendo non è altro che la seconda parte di una strategia pianificata a tavolino che si basa essenzialmente su due momenti costruiti a tavolino dalla “Bestia” di Salvini e che potrebbero sintetizzarsi con una frase: prima inventa un nemico immaginario e poi fai in modo che la gente se ne dimentichi. E, se sei abbastanza bravo a raccontarlo, cominceranno a credere che sei stato tu a sconfiggerlo.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.