SE SMETTIAMO DI INDIGNARCI PER CAINO, ABELE HA GIÀ PERSO

Un frame del video della cattura di Cesare Battisti pubblicato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede


Lo vogliamo urlare? Difendere i diritti di un detenuto non significa stare dalla parte di un assassino pluriomicida.

Pretendere il rispetto del carcerato non ha nulla a che vedere col revisionismo storico.

Indignarsi  per un video che trasforma le scene di un arresto in scene da un matrimonio (con tanto di musica piaciona di sottofondo) non significa tifare per i terroristi rossi, neri o verdi, ma stare dalla parte di uno stato di diritto ancora degno di essere considerato tale.

In sei mesi di governo abbiamo perso 40 anni di diritti civili e umani che credevamo acquisiti.

Quel filmato, quella parata in maschera in aeroporto, le frasi di Salvini prima, dopo e durante la cattura di Cesare Battisti, riportano alla mente scenari da dittature sudamericane del secolo scorso. Legittimate, oggi, da un voto popolare.

Non serve neppure chiedere le dimissioni di Bonafede, perché non le capirebbe lui in prima persona e perché non le capirebbe la gente. Prima di chiedere le dimissioni di un ministro, bisogna tornare a pretendere che le persone capiscano la differenza tra giustizia e giustizialismo, tra un’operazione di polizia e una diretta Facebook, tra un Guardasigilli e un guardone dell’orrore altrui. E, in fin dei conti, la differenza tra il governo di una democrazia occidentale e un apparato di regime, con la sua propaganda, i suoi macabri rituali, le sue divise da parata.

Alfonso Bonafede (a sin.) e Matteo Salvini

Se la vicenda Battisti ha avuto un merito, è stato quello di aver riacceso i fari  sul tema delle carceri e del carcerato, delle sue profonde, e tuttora irrisolte, contraddizioni. Ma, soprattutto, di aver squarciato forse definitivamente il velo su quello che siamo diventati: un popolo brutto, triste, invecchiato, vendicativo, analfabeta sui più elementari diritti, che nel carcere proietta una qualche atavica forma di vendetta. O forse siamo sempre stati così, solo che ora abbiamo smesso di vergognarcene. 

Quando chiedi un trattamento dignitoso per un assassino, non stai offendendo le vittime, come continuano a ripeterci gli hater seriali, semmai stai onorando la dignità di uno Stato in cui tutti noi, anche le vittime, vivono, vivranno e di cui fanno parte. Se rinunciamo oggi a difendere Caino, è perché non sappiamo più cosa voleva Abele. Il giorno in cui smetteremo di indignarci per tutto questo, sarà il giorno in cui il terrorismo, quello in nome di cui Battisti ha sparato e ucciso, avrà vinto davvero. E tutti noi, anche Abele, avremo perso.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.