PONTE MORANDI E M5S: SE LA TRAGEDIA DIVENTA UN LIBRO CONTABILE

Il moncone del Ponte Morandi
C‘è qualcosa di sinistro e spaventoso nella narrazione che il Movimento 5 Stelle, a tutti i livelli istituzionali, ha fatto del post-Morandi. Il racconto dell’emergenza è diventato un libro contabile, una mera questione di cifre. Come solerti ragionieri, ad ogni uscita pubblica, in ogni trasmissione, i “portavoce” locali M5S non perdono occasione per snocciolare le mirabolanti cifre messe in campo dal “Governo del Cambiamento” per la ricostruzione. 33 milioni di euro ad agosto, 72 milioni agli sfollati, quasi 800 complessivi. È un proclama da MinCulPop, letto di sfuggita in qualche pausa pranzo, spulciato in qualche scheda della comunicazione da mandare a memoria e ripetere parola per parola, come bravi soldatini. E pazienza se, dietro le cifre, non ci sia nessuna idea chiara su chi, come e quando ricostruirà il ponte, nessuna garanzia ai residenti della zona arancione, nessuna prospettiva di sviluppo economico per questa città. Il tutto mentre, sullo sfondo, continua a regnare la più totale ambiguità sulle grandi opere.  

Numeri. Ecco cos’è diventata la più grande tragedia della storia di Genova. E chi osa alzare un sopracciglio, si ritrova immediatamente messo all’indice ed esposto come nemico del popolo. “La gente deve sapere che lei ha votato contro a 800 milioni per la nostra città” ha dichiarato, non senza una punta di fierezza, il capogruppo in Comune Luca Pirondini alla deputata Pd Raffaella Paita. Fateci caso: lo sentirete ripetere decine di volte in queste settimane. E, in questo squadrismo lessicale, c’è l’ottusa logica del matematico che cerca di spiegare con formule e alambicchi un’aurora boreale o la rivoluzione francese. Nella retorica grillina il numero, il dato nudo e crudo, spogliato da ogni contesto, è l’argine naturale a ogni possibile forma di complessità. Finché la realtà è scomponibile in cifre, posso continuare a piegarla, deformarla, portarla a un grado zero dove i ragionamenti non possono arrivare.

In realtà, basterebbero i numeri per mettere a nudo l’inconsistenza di un Decreto che lascia le briciole per la cassa integrazione in deroga, copre meno di un quinto dei danni alle imprese (stime della Camera di Commercio), senza contare i danni indiretti – e mai neanche presi in considerazione – di una zona arancione che, da via Fillak, si estende in realtà fino al Levante genovese. Ma il tema qui è un altro. I genovesi vivono, e non certo dal 14 agosto, in una zona arancione permanente, arroccati intorno a un porto che, nel silenzio, sta scomparendo dalle cartine geografiche. Il crollo del ponte Morandi, oltre a spezzare in due la città, non ha fatto altro che accelerare una inesorabile cesura logistica e commerciale che era già in atto da decenni. Cesura che il Movimento 5 Stelle non solo non è in grado di leggere (figuriamoci di interpretare), ma su cui addirittura scommette politicamente. Per questo la narrazione “ragionieristica” del M5S suona così spaesante: a cosa servono 800 milioni di euro in tre anni senza un progetto forte e chiaro di rilancio di Genova e della Liguria che metta al centro le grandi opere e il rilancio dell’ormai ex primo porto italiano? Come si può prendere sul serio qualcuno che parla di “ponti vivibili” o è convinto di risolvere il problema del traffico con il navebus?

Di fronte a uno scenario simile, fa riflettere la sorniona compiacenza con cui il sindaco Bucci, e in parte lo stesso governatore Toti, hanno accolto l’approvazione in Aula del Decreto Genova lo scorso 15 novembre. In pochi se lo sono chiesti, ma come possono due amministratori così lontani da ogni retorica da “decrescita felice” plaudere a un Decreto così inconsistente e lontano dalle esigenze del territorio? Non è strano che, dietro le dichiarazioni bellicose di facciata, prima a Toti e poi a Bucci siano state letteralmente affidate le chiavi del post crollo nei rispettivi ruoli di commissari all’Emergenza e alla Ricostruzione, con un’autonomia di manovra quasi assoluta? Più che sospetto, è una certezza: che dietro quest’improvvisa luna di miele esista, in realtà, un patto d’acciaio sancito, firmato e rinsaldato attorno allo scalpo più prezioso e atteso di tutti: il via libera definitivo al Terzo Valico. A Palazzo Chigi anche i muri ormai sanno che l’opera si farà. È solo questione di giorni, forse settimane, poi il ministro Toninelli toglierà finalmente il velo da quell’arma di distrazione di massa che è l’analisi costi-benefici. Manca solo un piccolo, ma non trascurabile, dettaglio. Ovvero, come raccontare alla base più movimentista e ortodossa l’ennesima, eclatante, genuflessione all’unico vero azionista di riferimento di questo governo: la Lega di Matteo Salvini.

E, quando anche l’ennesima giravolta carpiata sarà compiuta, a sventolare il vessillo dell’orgoglio pentastellato non resterà che la consigliera Alice Salvatore, che, come un capitano Smith, continuerà ad ululare alla luna (e a Toti) con dichiarazioni sempre più incomprensibili e slegate dalla realtà, mentre la nave dell’onestà lentamente sprofonda negli abissi delle sue stesse contraddizioni.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.