NON SOLO LA SEA-WATCH: ECCO LA “LISTA NERA” DELLE ONG CANCELLATE DAL MEDITERRANEO

Migranti salvati in mare


Nessuno quasi ne parla, ma la Sea-Watch 3 è tutt’ora bloccata nel porto di Catania da quando il 31 gennaio scorso è approdata nello scalo siciliano con a bordo 47 migranti salvati letteralmente da morte certa, in balia del Mediterraneo. La motivazione ufficiale, rivelata dalla Guardia Costiera, parla di “una serie di non conformità” che riguardano tanto “la sicurezza della navigazione” quanto “il rispetto della normativa in materia di tutela dell’ambiente marino”. Quanto basta per per tenere l’imbarcazione della Ong olandese al palo per due settimane e impedirle di fare l’unica cosa che ha sempre fatto: salvare vite in mare.

Il termine sequestro non viene mai pronunciato apertamente, ma non bisogna avere una laurea in diritto della navigazione per capire che non siamo di fronte a normali controlli di routine ma al punto più alto di quella dichiarata operazione di repulisti delle Ong dallo specchio d’acqua del Mediterraneo. Esattamente ciò che voleva Salvini quando ha dato l’ok allo sbarco al porto di Catania, a casa del procuratore Zuccaro (il grande inquisitore delle Ong), e non al più vicino scalo di Siracusa.

E i tempi potrebbero essere ancora lunghi: dopo le autorità italiane, in queste ore i tecnici del paese di bandiera sono saliti a bordo per ulteriori accertamenti, i cui esiti potrebbero allungare a dismisura i tempi di permanenza della Sea-Watch in acque italiane. Tempo prezioso, durante il quale non solo i migranti non smetteranno di partire ma di fronte a sé, a mollo su gommoni sgonfi o vere e proprie carrette del mare, non troveranno più alcun soccorso, condannandosi senza saperlo a una morte certa e, peggio ancora, nel silenzio raggelante dei media e delle nostre coscienze.

Già perché la Sea-Watch era, fino a qualche settimana fa, l’ultima ambulanza rimasta a presidiare, da sola, l’intero Mediterraneo, dopo che, nell’ultimo anno e mezzo, decine di organizzazioni non governative sono state spazzate via una dopo l’altra da accordi capestro e irricevibili (vedi il famigerato codice di condotta dell’allora ministro dell’Interno Minniti che prevedeva, tra le altre cose, la presenza di militari armati sulle navi), blocchi amministrativi, e persino carenza di mezzi e personale dovuto al crollo delle donazioni e dei finanziamenti, inevitabile eredità della più grande operazione di delegittimazione mai attuata nella storia recente ai danni di organizzazioni umanitarie.

AFP PHOTO / CARLO HERMANN

Secondo i dati dell’IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), solo negli ultimi 4 anni sono annegati nel Mediterraneo quasi 17mila persone: come gli abitanti di una media cittadina di provincia italiana. Nel solo 2018, ogni giorno 6 persone hanno perso la vita nel Mediterraneo (dati UNHCR), senza contare i morti non censiti e impossibili da censire.

Eppure, nonostante quello che assomiglia sempre più a un bollettino di guerra, oggi non è rimasta più alcuna imbarcazione in tutto il mar Mediterraneo, al di là della guardia costiera libica, il cui confine con gli stessi scafisti spesso è sottile come carta velina. Nessuno può dire quanti morti fantasma, quante tragedie sconosciute avvengono, avverranno o sono avvenute in questo periodo lontano dagli occhi e dal cuore, in un Mare nostrum rimasto, oltreché senza soccorritori, anche senza testimoni. Ed è questo, forse, l’aspetto più spaventoso: di queste morti, di questa umanità perduta, non rimarrà né traccia, né sepoltura, né alcun ricordo. Ecco quello che è diventato oggi il Mediterraneo: un cimitero a cielo aperto senza croci né lapidi. Se muori senza testimonianza, è come se non avessi nemmeno mai vissuto.

L’elenco delle Ong scomparse dalle mappe – come documenta “Info Migrants” – è una lista di proscrizione che urla alle nostre coscienze. Vale la pena ripercorrere alcuni dei casi più clamorosi, oltre a quello della Sea-Watch.

Ad agosto 2017, la Procura di Catania agli ordini di Carmelo Zuccaro ha sequestrato la nave Juventa alla Ong tedesca Jugend Rettet con l’accusa di complicità con i contrabbandieri libici. Accuse che, a tutt’oggi – come tutte le altre – si sono concluse letteralmente con un buco nell’acqua, non solo senza uno straccio di prova ma senza un solo indagato.

Non si contano più i blocchi subiti dalla Sea Eye, una delle due imbarcazioni – insieme alla Sea-Watch, lasciate in balia del Mediterraneo per 18 giorni, a cavallo del nuovo anno, con a bordo 12 migranti, prima di essere fatta a sbarcare a Malta in seguito a un accordo di redistribuzione tra alcuni paesi europei, tra cui l’Italia. La nave si trova attualmente a Maiorca e ha in programma di rimettersi in mare già nel mese di febbraio.

Nel giugno 2018 a Malta, il Lifeline dell’omonima Ong, sempre tedesca, è stato bloccato nel porto di La Valletta per una mera questione amministrativa.

A gennaio di quest’anno, la spagnola Proactiva Open Arms è stata bloccata ufficialmente dalle autorità spagnole a Barcellona, dopo che, nel marzo scorso, la stessa nave era stata fermata per un mese in Italia, a Pozzallo.  

La maltese Moas, una delle prime a dare il via alle operazioni di soccorso in mare, quattro anni fa, è stata, di fatto, costretta a trasferire le sue attività in Bangladesh.

La stessa Medici senza frontiere ha cessato l’attività di Your Prudence, la più grande nave umanitaria mai operante nel Mediterraneo. Stesso destino per la Vos Hestia di Save the Children e per l’Aquarius della Sos Mediterranée, tristemente celebre per il caso dei 141 migranti salvati al largo della Libia e costretta a una vera e propria odissea di giorni fino a Valencia, di fronte alla chiusura dei porti italiani. Stiamo parlando di una nave che, in due anni e mezzo di soccorso, ha salvato 20mila persone e che, da dicembre, è stata costretta ad abbandonare la propria missione.

La caccia alle streghe italiana (e non solo) non risparmia neppure i cieli, se è vero che i due colibrì dei due aviatori francesi Benoit Micolon e José Benavente e il velivolo Moonbird della Sea-Watch sono state costrette ad abbandonare i voli di ricognizione.

Si calcola che tutte insieme, complessivamente, in quattro anni di operazioni le navi di queste organizzazioni umanitarie hanno salvato dalla morte oltre 100mila naufraghi. E questo è il modo in cui sono stati ricompensati.

Ricordatevi questa lista, fissatevela bene in testa. Un giorno questi uomini, questi nomi, queste organizzazioni, potrebbero ricordarci chi siamo stati, il luogo e la data in cui la nostra civiltà, esattamente, è morta, insieme al nostro diritto di definirci umani.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.