NON BASTERÀ UN PONTE PER TOGLIERE GENOVA DALL’ISOLAMENTO

Il moncone est del ponte Morandi


Il ponte non basterà. Quel nuovo ponte catapultato dalla luna non basterà. Gli indennizzi agli sfollati, agli arancioni, le casse integrazioni ai lavoratori (se mai ci saranno), non basteranno. A proposito, dov’è il piano della Val Polcevera? Che cosa succederà sotto il Ponte? Quali misure saranno adottate per garantire salute e dignità ai cittadini della valle che si vedranno invasi nei prossimi mesi da questo enorme cantiere? Come sarà tutelato l’ambiente? E ancora: cosa abbiamo imparato dall’ultima devastazione costiera provocata dalle grandi mareggiate? Il ponte e il disastro costiero non sono forse figli di una simile sciatteria e della nostra incapacità di prevedere e di giocare un po’ troppo con la natura o con i nostri stessi manufatti? Come ricostruiremo? Imparando dagli errori, con un ragionamento che parta dall’ambiente, con una nuova visione d’insieme e sul futuro, o andremo in emergenza, ripristinando pedissequamente quello che lo stufo mare ci ha tolto o l’incuria ci ha fatto crollare? Non è dato saperlo, perché non abbiamo un piano e senza un piano non si va avanti.

È così: i nostri figli se ne andranno via di qui o forse prima di loro ce ne andremo tutti insieme noi 35/50 enni con le nostre famiglie, carichi di cartoni e con  valige colme di ricordi.  Quelli sotto i trenta invece se ne sono già andati, per ora non torneranno a ripopolare proprio un bel niente, perché qui sono condannati alla povertà e alla frustrazione, ad appendersi i propri diplomi di laurea nelle camerette, a mettere le proprie professionalità nei cassetti, per barcamenarsi tra mille lavori precari e sopravvivere con qualche “chiamata” da cameriere nelle sale dei nostri ristoranti, a servire trofie e focaccette che tanto piacciono ai turisti e che ormai ci stanno quasi stuccando.

photo @ga

Prenderemo noi una barca della speranza, altro che storie. Per chi tifano i progetti? Per chi tifa la ricerca? Per chi tifano le infrastrutture necessarie? Per chi tifa l’OCSE? Per chi tifa Torino? Per chi tifano le Madamine di “Sì, Torino va avanti”? Per chi tifa Milano? Per chi tifa Roma? Sapete cos’è: che non tifano né Bucci, né Toti, né  Salvini, né  Conte o Di Maio, ma neanche Renzi, Martina o Bonino. Tifano per le città, per l’Europa e per Genova, per la gente, per l’ambiente, per la crescita diffusa, nella tutela del più debole, per la creazione di lavoro, di speranza per i giovani, per l’attenuazione delle differenze sociali e economiche e per le connessioni con l’Europa che sono funzionali a tutto questo.  E noi ci muoviamo per noi e con loro per spingere a piani di sviluppo condivisi e partecipati che generino lavoro, quello che si può creare nella messa in sicurezza del territorio, nella sua manutenzione, nella preservazione e costruzione di natura (ebbene sì “speculando” in ambiente), nel manifatturiero, nell’hi-tech, nel porto, sempre che si superino le rendite di posizione e si apra ai più bravi, nelle università, nell’industria, anche quella culturale e creativa, che sono lì al lumicino e che vivono solo grazie a qualche resiliente lavoratore, per il benessere collettivo, per quel minimo di ricchezza che ci rende tutti un po’ più felici e un po’ meno disperati.

La disperazione sappiamo che può tirare fuori la peggior bestia che c’è in noi. E le infrastrutture hanno un ruolo chiave in tutto questo, perché nell’isolamento non si rinasce, si muore: in primis i nodi ferroviari, il terzo valico, la tav, le linee su ferro nelle aree portuali, l’aeroporto, ma anche i sistemi di connessione interni (tramvie, ovovie, paracaduti, biclette, battelli, monopattini, metropolitane, mettiamoci quello che volete, basta che siano quelle più innovative e le migliori alleate dell’ambiente  e che facciano circolare le persone), il collegamento autostradale Busalla-Genova, la diga, la messa in sicurezza del territorio. Tutto ciò non si realizzerà in tempi strettissimi, che sono quelli che abbiamo prima di arrivare al punto di non ritorno, se non ci sarà un piano che vada oltre un ciclo amministrativo. Senza un piano, si parla e basta, ma le parole non sono più sufficienti.

Il punto di non ritorno è tangibile. Se le persone non cominceranno a pretendere progetti a lungo termine, l’attivazione di processi reali di trasformazione e di sviluppo (non promesse elettorali), a pretendere che le periferie non siano condannate definitivamente a diventare enclaves isolate, che il verde non sia una semplice aiuola o una rotonda lasciata alla cura di qualche generoso volontario, ma un piano fattivo ambientale rigido strutturato che s’intrecci con la mobilità, a pretendere che le università investano sulle eccellenze nell’insegnamento, su ricerche concrete che lavorino con la città, sulla creazione di una grande alleanza con i politecnici di Torino, Milano, Zurigo e Losanna nell’ottica di costruire la più importante area scientifica d’Europa, se non si riapproprieranno dei propri forti, ville e edifici abbandonati, spingendo all’attivazione di  processi virtuosi di economia circolare che stimolino nuove economie e creino qualità spaziale in ogni quartiere, del proprio patrimonio che sta crollando nel totale abbandono ed è svenduto da una città che si comporta come una nobildonna decaduta, se noi cittadini non esigeremo ora progetti precisi e sostenibili con piani economici reali (l’Europa elargisce, ma non dà proprio un bel niente se non esistono progetti e tempi) con cronoprogrammi ferrei per attuarli nei prossimi anni, tra qualche manciata di stagioni Genova non esisterà più.

Ora dobbiamo pretendere un piano, perché quel 14 Agosto non è solo caduto un ponte, trascinandosi via 43 vite e un’intera vallata, si è disvelato il più grande problema di Genova, ma anche dell’Italia e degli italiani, ovvero non prevenire, non pensare, coltivarsi i propri orti, neanche quelli dei propri figli tra l’altro, e pensare di campar cent’anni. Se non c’è un piano, non ci saranno mai investitori, perché nessuno è così folle da investire in una carcassa alla deriva. E senza prospettiva ogni giorno perderemo giovani e si genereranno nuovi poveri e ultimi. Non sono disfattista, è la realtà.

Per andare in piazza è necessario un nemico? Ok, ve lo trovo: il nemico di Genova siamo noi, se non sapremo unirci e se non ci renderemo parte attiva nel disegno del nostro futuro: un futuro di lavoro, ambiente, infrastrutture, cultura, tanta tanta Europa e apertura verso Milano e Torino e il mondo che esiste oltre quelle montagne.  Volete il casus belli? Non c’è, perché ormai il casus belli è cronico e prolungato ed è tutta la decadenza che ci portiamo da anni dietro, alla quale ormai ci siamo completamente assuefatti. Se non si avrà massima condivisione d’intenti e partecipazione, se ognuno di noi non riuscirà a fare un piccolo personale passo indietro per fare un grande passo in avanti alleandosi con l’altro per qualcosa che vada oltre i singoli orti, mi dispiace molto, Genova non rinascerà. Mi auguro solo che se non vorrà rinascere come città Superba e florida, almeno ritorni a essere un paesaggio incontaminato, un polmone verde denso di biodiversità, perché così potremmo dire di aver contribuito a preservare il nostro fragile paesaggio e a restituire un po’ di natura a questo paese e a questo mondo così malato.

Tuttavia penso sempre che nessuno di noi Genovesi, per la storia che ci portiamo sulle spalle, che racconta di un popolo indomito e ostinato, insieme a tutti gli Europei che credono in noi, abbia voglia di arrendersi alla “soluzione finale” e quindi il 20 gennaio chiamiamo tutti a una mobilitazione per dire “Sì, Genova vuole sviluppo!”.

Leggi la replica di Marika Cassimatis: “No, le grandi opere non significano sviluppo. Genova riparta da turismo e cultura”

*l’autrice è coordinatrice del comitato organizzativo “Sì, Genova vuole sviluppo”

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