NON ABBIAMO BISOGNO DI PIÙ DIRITTI PER IL PAPÀ MA CHE TUTTI ABBIANO IL DIRITTO DI SENTIRSI PAPÀ

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Cari papà, avete saputo? Dicono che oggi sia la nostra festa. Una festa. Non suona strano?

Tutto quello che so sull’essere papà me l’ha insegnato Ludovico nei 13 mesi più lunghi e intensi e difficili e meravigliosi e sensati della mia vita. Ricordo ancora il primo istante in cui mi sono accorto che sì, stava per succedere davvero. “7 centimetri!” “7 centimetri! Ci siamo!” ripeteva il ginecologo con la risata più seria che ho visto in vita mia, mentre noi crollavamo in un pianto furibondo, lei di paura e dolore, io di panico puro, ora che il tempo all’improvviso non si misurava più in ore infinite di travaglio trascorse a fare avanti e indietro di notte per i corridoi del reparto con una busta dell’acqua calda in mano, ma in minuti. 35, forse 40. Non saprò mai esattamente quanti, nessuno lo sa in quella deformazione dello spazio-tempo che può diventare la sala parto. Quello che so è che, a un certo punto, quel fascio di carne e nervi era tra le mie braccia in qualche presa istintiva, quasi animalesca. Allora era questo che voleva dire essere papà? Forse.

Poi accade che i minuti diventano settimane, e poi mesi, e, ogni giorno in più che trascorri con lui, ti rendi conto che il sangue e quel po’ di geni che porta di te sono l’ultima ragione per cui ami tuo figlio. E che lui della genetica se ne frega la prima volta che ti sorride, la prima volta che ti chiama “papà”, la prima volta che cammina senza inciampare. Se ne frega della vostra idea riduttiva e incredibilmente povera della famiglia. Delle vostre regole e convenzioni. Tutto quello che ti chiede è di esserci, di accompagnarlo senza mai sostituirsi a lui, di lasciarlo sbagliare coi suoi tempi e coi suoi spazi. Quello per lui è “il papà”, e migliaia di altre cose che neanche in cento congressi mondiali riuscirete a classificare e a catalogare e a sporcare.

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Ogni istante che passate a cercare di spiegare l’amore tra un padre e un figlio con i vostri parametri, state rinunciando a sentirlo quell’amore, e a capirlo. Ogni “sentinella della famiglia”, ogni “custode dei figli” – è così che Pillon ci definisce – suona terribilmente falso, presuntuoso. Perché un padre non è una sentinella, né un custode, né niente di tutto questo, ma semplicemente quello che tu e lui avete costruito insieme in mesi, anni. È l’arco di tempo che separa quello che sei da quello che diventerai, o che deciderai di non essere mai. E, rassegnatevi, non esisterà mai sesso, biologia, tabù o convenzione sociale che impediranno a un figlio di chiamare qualcuno “papà”. Come non potrà esistere nessun “Daddy’s pride” (giuro, lo fanno davvero) fino a quando a una sola persona sarà negato il diritto di sentirsi padre con la stessa consapevolezza e gli stessi diritti che ho io, finché un politico parlerà di “matrimoni misti”, fino a quando un genitore sarà messo in competizione con l’altro.

E allora oggi, scusate, non ho voglia di festeggiare ma di combattere. Come papà, come uomo, come persona.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.