NOI, GENERAZIONE DI PRECARI AI TEMPI DELL’INCOMPETENZA

Un momento del concerto del 1° Maggio


Avvertenza: le righe che seguono sono una delle cose più intime e personali che ho scritto negli ultimi dieci anni. E la cosa strana è che non parlano (solo) di me.

Perché negarlo? Appartengo alla prima generazione, da settant’anni a questa parte, per cui il lavoro non si sceglie, si prega. Tutt’al più, si spera. Sempre si chiede. Con gentilezza. E, se sei abbastanza zelante, tenace e ossequioso, può darsi che “qualcosa si muova”, che “le cose cambino”. Siamo la generazione del “vedo cosa posso fare”, del “ti farò sapere” eletto a paradigma. Se avessi un centesimo per tutte le volte in cui poi non ho più saputo nulla, beh, non avrei neppure bisogno di cercarlo un lavoro. Se credete che la raccomandazione sia una cosa sconcia, probabilmente è da un pezzo che non avete più 20 o 30 anni. Buon per voi. Perché vedete, quaggiù la raccomandazione, la parola giusta, non sono semplici spintarelle. Spesso sono l’unica porta non dico per entrare ma semplicemente per affermare che esisti.

Io ho avuto molte fortune nella vita: sono nato nella parte giusta di mondo, ho avuto una madre che mi ha insegnato il significato profondo della parola cultura (qualunque cosa significhi oggi), ho perso un padre abbastanza presto da non poter ricordare neppure che odore avesse, e altrettanto presto ho scoperto come i legami di sangue fossero l’ultima cosa che c’entrino con la parola “papà”. Ho avuto il privilegio di studiare, senza dover mai sputare sangue per la sopravvivenza. Ho promesso che non lo scorderò mai.

Eppure oggi, se mi guardo indietro, mi rendo conto che in tutto quello che ho fatto o ho scelto di fare nella vita non ho fatto altro che continuare a camminare in bilico su un unico, lunghissimo, filo, senza reti né protezioni. Ho scelto un lavoro nel quale sono un marziano. Qui non ho padri, né madri, né zii, amicizie importanti o “agganci giusti”. In altri tempi quelli così li avrebbero chiamati “figli di nessuno”. Molti anni fa credevo ingenuamente che sarebbero bastati una passione folgorante e un certo grado di talento per arrivare a quel punto in cui l’immagine che hai di te e quella che ne hanno gli altri in qualche modo coincidono. Poi ho capito due cose: a) che il talento non esiste; b) che conta solo studiare, e che non avevo studiato abbastanza. E allora mi ci sono messo seriamente, a studiare. A imparare come si fa questo strano mestiere del giornalista. E, mentre lo facevo, ho capito una terza cosa: che avrei potuto anche passare i successivi trent’anni a fare di tutto per diventare il nuovo Giorgio Bocca e, alla fine, persino riuscirci, senza che la cosa avrebbe avuto effetti significativi sulla mia carriera. Sono cose con cui, se scegli di vivere in Italia, prima o poi devi fare i conti.

Oggi che quegli anni sono passati (e che, nel frattempo, non sono diventato Giorgio Bocca), dopo sacrifici indicibili che solo chi mi è stato vicino conosce e scelte irrinunciabili che tutti conoscono, mi ritrovo senza un lavoro, senza un reddito, senza una certezza, ancora una volta a dover postulare, piegarmi, elemosinare, per fare l’unico gesto che so fare davvero. Quello che sto facendo in questo esatto momento. 
In questo mese e mezzo mi avete dato una forza che non riuscite neppure a immaginare. Penso alle decine, centinaia di persone che mi hanno scritto in pubblico e in privato credendo di aver visto in me una persona speciale o, semplicemente, un amico che condivideva con voi un pezzo di mondo. Non vi ringrazierò mai abbastanza.

Come non ringrazierò mai abbastanza i tanti che mi vogliono già candidato alle Europee, prima firma a “Repubblica” o con “250mila euro dal Pd sul conto di mia moglie” (sì, mi hanno detto anche questo). Perché mi hanno ricordato ancora una volta chi siamo, il Paese in cui viviamo. Un Paese in cui il valore delle nostre idee non si pesa, si vende. Un Paese il cui governo si riempie la bocca di meritocrazia e non saprebbe riconoscere un professionista capace neppure se se lo trovasse davanti. Un Paese in cui non vai avanti certo se scendi, ma se te ne stai saldamente in carrozza e ti sforzi di essere fedele, sempre. Un Paese che ha confuso la dignità della parola “lavoro” con l’elemosina di Stato. Un Paese in cui non conta quello che pensi, ma l’aggressività con cui lo dici o scrivi.

Chi crede che abbia già accordi segreti e indicibili coi Rotschild o con Soros o con chissà quale lobby, vorrei che passasse una giornata con me. Che mi osservasse lavorare per un giorno, pagato solo dalla mia passione, mentre mi illudo, ancora una volta, che non tutto è perduto. Che ribellarsi paga. Che, se hai qualcosa da dire e un briciolo di talento per raccontarlo, alla fine, chissà, qualcuno ti farà sapere davvero. Ma sapete che c’è? Che questa volta non mi interessa. Ascolto tutti, ma non aspetto la chiamata di nessuno. Se c’è una cosa che ho imparato in questi ultimi 50 giorni è che la libertà vale infinitamente più di qualsiasi stipendio, e che quella, credetemi, non ve la pagherà mai nessuno. È per questo, in fondo, che è nato il blog “Generazione Antigone”, per raccontare chi sono, chi siamo, senza che qualcuno mi dica se lo posso fare, se ha un pubblico, un target, se interesserà o meno a qualcuno. Siamo io, voi, le nostre idee, le nostre parole, la nostra ostinazione. Anzi, di più. Come ha detto Mimmo Lucano, citando Eduardo Galeano: “Vi auguro di essere così ostinati da continuare a credere, anche contro ogni evidenza, che vale la pena di essere uomini e donne.”

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.