NO, LE GRANDI OPERE NON SIGNIFICANO SVILUPPO. GENOVA RIPARTA DA TURISMO E CULTURA

Container nel porto di Genova

Riceviamo e ospitiamo questo diritto di replica, che non esprime il pensiero e l’opinione del blog, in risposta all’intervento di Camilla Ponzano sul tema dello sviluppo e delle infrastrutture per Genova e per l’Italia.


Quale futuro vogliamo per Genova? Quello che privilegia i container che transitano dal nostro porto e si fermano in pianura padana (a Novi Ligure, per la precisione) oppure quello che privilegia i cittadini e cerca di risolvere i problemi di una città in decennale declino economico e demografico?

Vogliamo cambiare il paradigma e mettere i cittadini al primo posto, i genovesi che oggi sono annichiliti dalla caduta del ponte Morandi e che guardano sfiduciati al futuro? I cittadini che ogni giorno perdono ore nel traffico caotico di una città dove la mobilità è un calvario e che aumenta il divario tra centri e periferie?

Essere contro le grandi opere inutili significa pensare, per esempio,  che  i milioni di euro destinati alla Gronda e al Terzo Valico sia meglio destinarli per migliorare la viabilità metropolitana, realizzare una rete tranviaria che colleghi Nervi a Volti e che penetri in Valpolcevera e in Valbisagno; riutilizzare i vecchi tracciati dismessi della ferrovia (ne esistono 37 km a Genova), che con le loro gallerie belle pronte e investimenti modesti potrebbero risolvere molti problemi della accessibilità urbana.

Una mobilità metropolitana efficace ed efficiente rende la città attrattiva per i servizi, il commercio, il turismo, lo shipping, il terziario avanzato. Crea le basi di un vero sviluppo. E migliaia di posti di lavoro.

Non abbiamo invece bisogno che Genova diventi una grande piastra logistica, serva di un porto che la sfrutta senza restituire nulla, che le nega, da decenni, quegli spazi e quella viabilità che pure sono per lei nevralgici. Come dimenticare a questo proposito l’apertura della via della Superba, concessa in via emergenziale dopo il crollo del Ponte Morandi. È stato facile aprirla al transito, sono bastate alcune settimane di lavori, ma fino a settembre 2018 era rimasta chiusa dentro al porto, difesa a spada tratta come in un fortino.

Ed ora ci raccontano che il Terzo Valico è fondamentale allo sviluppo di Genova. Ma per quale sviluppo? Sempre il solito, un via vai di container diretti nell’area padana. Il Terzo Valico è un’opera che era stata pensata per un traffico di 5 milioni di teu all’anno, traffico che dopo dieci anni raggiunge a malapena i 2,5 milioni. E che mai arriverà a 10 come qualcuno dichiara a gran voce.

Il moncone est del ponte Morandi

Come faccio a dirlo? Basta alzare lo sguardo dalle banchine dei Messina e del VTE per capire. Genova non ha aree pianeggianti per la logistica, a ridosso della costa c’è subito l’Appennino. Non ha il retroporto di Amburgo o Rotterdam ed è inutile e fare paragoni con quelle realtà.  Forse i soliti noti stanno pianificando di fare della Valpolcevera una grande piastra logistica per sopperire alla mancanza di aree libere ma anche fossimo pronti ad accogliere, i 10 milioni di teu non arriveranno sulle nostre banchine. Si stanno sviluppando molto velocemente i porti del Nord Africa che hanno come retroporto il deserto del Sahara. In Marocco i porti di Tangeri 1 e di Tangeri 2 sono già realtà molto competitive (a investimento cinese).

Inoltre nei prossimi anni l’automazione del carico e scarico delle navi ridurrà la forza lavoro a poche decine di persone. Il Terzo Valico e la Gronda condanneranno Genova ad un inesorabile declino, lavorativo, economico e demografico.

Quale futuro allora per Genova? Ci sono altre risorse e potenzialità, ad oggi soffocate dalla politiche portuali ma è ora che vengano liberate: il turismo, la cultura, l’enogastronomia, l’università e la ricerca, i poli direzionali, lo shipping, la nautica da diporto, le fiere. È qui che vanno investite le risorse, i milioni che oggi si vogliono destinare a Gronda e al Terzo Valico. Chi può voler sacrificare migliaia di posti di lavoro in nome delle scatole di latta? Non certo un genovese che pensa al futuro dei suoi figli.

C’è un’altra via allo sviluppo, che guarda lontano e riconosce i falsi profeti.

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