MIGRANTI, QUELLO CHE LE CIFRE (E SALVINI) NON DICONO

I dati diffusi dal Ministero degli Interni

Guardate bene quelle sei colonne blu che svettano altissime in questo grafico. Fissatele in testa, non dimenticatele. Quella era l’Italia, la mia, la nostra Italia, fotografata nell’ultimo istante di umanità. In quei sei pilastri blu c’è il numero degli sbarchi di migranti nella seconda parte dell’anno: 112mila uomini, donne e bambini che scappavano da guerra, fame, miseria, così come ci raccontano i dati rilasciati in questi giorni dal Ministero degli Interni (Dipartimento della Pubblica Sicurezza). Era il 2016, appena due anni fa, praticamente un’epoca. 

Se abbassate lo sguardo (ancora un po’, ancora, ancora, ecco…), noterete altrettante colonnine rosse. La prima è del luglio 2017. Non una data qualsiasi. È il mese in cui sono entrati, di fatto, in vigore gli accordi tra l’allora ministro Minniti e la Libia, aprendo la strada a quei “lager libici” che gli stessi osservatori Onu hanno definito a più riprese un “oltraggio alla coscienza dell’umanità”. Dal giorno alla notte, migliaia di profughi hanno smesso di sbarcare sulle nostre coste. Non erano diventati fantasmi, né avevano smesso di morire o soffrire. Semplicemente morivano altrove, al riparo dai nostri occhi, dalle telecamere di un Tg, senza farci mandare di traverso le penne al ragù davanti all’anticipo domenicale. Le donne non smettevano di essere stuprate, solo stuprate un po’ più in là. Nel silenzio. E intanto la colonna rossa scendeva e scendeva, permettendo a un ministro che si professava di sinistra di andare in tv a raccontare di aver “governato i flussi”, di aver scongiurato una “emergenza epocale”.

A ripensarci oggi, quello è l’attimo esatto in cui l’Italia ha perso l’innocenza. Allora nessuno di noi lo capiva o lo sapeva con certezza, ma quello che sembrava il punto più basso dei diritti umani nel nostro Paese dall’inizio del secolo e oltre, in realtà non era altro che l’inizio. La porta d’accesso per un qualche tipo di inferno. Il concime politico e civile per la più grande ondata d’odio, razzismo e intolleranza che l’Italia, e la stessa Europa, abbiano conosciuto dalla fine dei totalitarismi. E siamo a Salvini, al “governo del cambiamento”, all’incesto tra il peggior populismo e la destra più retrograda e xenofoba d’Europa.

Josepha, la donna camerunense salvata da Proactiva nel luglio scorso

Tutto questo nel grafico c’è, ma quasi non si vede. A stento riuscirete persino a scorgerle quelle colonne verdi, e forse un motivo esiste: perché non sono neppure colonne. Sono macchie appena impercettibili di colore, laggiù in fondo, da qualche parte, tra la propaganda e la paura. Ormai lo avrete capito: è il numero dei migranti sbarcati nei nostri porti da luglio a dicembre 2018, ovvero dall’entrata in carica de facto del governo gialloverde. E, in effetti, qualcosa è cambiato davvero: sono circa 6500 le persone accolte sulle nostre coste in questo periodo: un quinto rispetto all’anno scorso, addirittura diciassette volte in meno rispetto a due anni fa. Un Paese normale si interrogherebbe su un dato così enorme. Qui da noi esultiamo, tra le dichiarazioni trionfalistiche del “Capitano” (“abbiamo difeso i confini nazionali”) e il giubilo delle adoranti masse gialloverdi. Dopo aver spezzato le reni alla povertà, ora si può finalmente celebrare la “fine dell’invasione”, con buona pace della realtà e con notevole sprezzo del ridicolo.

Quello che né Salvini, né Di Maio vi racconteranno mai ha la forma di una colonna nera che si staglia altissima. Nera come la notte in mare, quando non esistono luci o terra ferma in nessuno dei quattro punti cardinali, a mollo su un barcone, che Dio solo sa se qualcuno ti verrà mai a prendere. Nera come quella donna camerunense raccolta chissà come, chissà dove, mentre galleggiava sull’ultimo brandello di legno risparmiato dal naufragio. Nera come le settimane infinite a bordo dell’Aquarius o della Diciotti, a pregare che tuo figlio di tre giorni sopravviva abbastanza da trovare un porto sicuro, un ospedale, mentre, una dopo l’altra, le Ong sparivano dal Mediterraneo, spazzate via dal fango, da inchieste poi sfociate nel nulla, dalla delegittimazione. E avanti così, per i sei mesi più lunghi di questa Via Crucis, fino alle 49 persone che, in questo esatto momento, si ritrovano ostaggio del Mediterraneo, in preda alle onde, al maltempo (oggi è dato vento e mare grosso) e al rischio malattie. Senza contare le decine di migliaia di profughi ancora oggi intrappolati in qualche campo di detenzione libico, dove si muore prima ancora di mettersi in viaggio.

Si sbarca di meno, si muore lo stesso (oltre 2200 le vittime nel Mediterraneo quest’anno), solo un po’ più lontano, in mezzo al mare o in qualche lager libico. Fuori dai nostri occhi, dalla portata della nostra coscienza. E così, in questo Paese alla rovescia, anche i numeri della peggior catastrofe umanitaria da decenni a questa parte a questa parte è diventato terreno fertile per la propaganda fascio-populista. Siamo di fronte a una tragedia annunciata, senza precedenti. Sta accadendo qui, ora, nel Mediterraneo, nel ventre molle di un continente che si sta smarrendo nei labirinti dei nazionalismi, dietro muri più o meno solidi, più o meno visibili. Ma tutto questo nessun grafico ve lo mostrerà mai.

Share:
Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.