“MA QUALE INGIUSTIZIA. L’ARBITRO HA SEMPRE RAGIONE”. LA LEZIONE DEL CT NICOLATO AGLI AZZURRINI. E A TUTTI NOI”


Una semirovesciata straordinaria, di quelle da farti balzare in piedi, specie se messa a segno al minuto 92 di una semifinale mondiale. Specie se a farla è un italiano, di quell’Italia bella, giovane, under 20, piena di ragazzi che saranno forse i Totti e i Del Piero di domani e che oggi sono solo promesse in filigrana di futuri campioni. 

Poi arriva il Var, l’urlo strozzato in gola, il gol dell’1-1 che avrebbe significato tempi supplementari annullato per una manata che nessuno ha visto. Nessuno, a parte l’arbitro. Una finale mondiale sfumata così, sul più bello. Roba per cui hai faticato anni, decenni, sputato sangue ogni pomeriggio in allenamento, sacrificato tutto: studio, famiglia, amori, gettata via in dieci secondi per un fallo che non era fallo. 

Dopo un episodio del genere, ti aspetti che il ct, nell’intervista post partita, tiri giù tutto, che sacramenti contro arbitro, quarto uomo, avversari, federazione. Te lo aspetti perché l’hai visto accadere così tante volte da dare per scontato che è così che debba andare. Per la verità, se lo aspetta anche il giornalista perché ci prova in tutti i modi a carpire una frase fuori posto, a cavargli una reazione stizzita, un titolo per il tg. Io stesso, se avessi un microfono davanti potrei dire qualcosa di molto poco edificante, tale è l’incredulità per quella meravigliosa prodezza balistica cancellata dalla moviola. Io che a malapena saprei pronunciare il nome di chi ha segnato.

E invece Paolo Nicolato – questo il nome del ct che solo cinque o sei addetti ai lavori di stretta osservanza conoscevano prima di questi mondiali e, da ieri, ufficialmente il mio eroe – ha dato una risposta che sarebbe da scolpire nei manuali del calcio e fare imparare a memoria ad ogni calciatore, genitore, dirigente e bambino di sei anni che si affacci per la prima volta su un campo da calcio.

“Gli arbitri hanno sempre ragione – ha detto Nicolato – Non mi sembrava un fallo da punire in quel modo, però se l’ha rivisto e l’ha annullato ci adeguiamo. Se abbiamo subito una ingiustizia? Non vedo il motivo per cui dovrebbe esser stata un’ingiustizia. Casomai un errore, ma un’ingiustizia no di sicuro”.

Beh, ora a voi sembrerà pochissimo, ma io una frase così su un campo di calcio non l’ho mai più sentita dai tempi di Vujadin Boskov (“Rigore è quando arbitro fischia”, ricordate?), in un mondo in cui non sappiamo neanche più perdere il derby del venerdì sera tra broker e assicuratori senza scomodare l’arbitro o accusare gli avversari, il terreno di gioco o chissà cos’altro ancora. Qui in queste sei righe, nascosta tra le pieghe di un apparente atto di fair play, è racchiuso il motivo per cui facciamo sport e, più in generale, la ragione stessa per cui viviamo: che a 20 anni ciò che conta non è semplicemente raggiungere una finale mondiale ma guardarsi indietro, un giorno, e poter dire a se stessi di essere stati all’altezza di quella sfida. Tanto, alla fine, quel che resterà di noi, una volta che saremo passati, non è dove siamo arrivati ma il modo in cui ci siamo arrivati. Quando capiterà – ci sta dicendo Nicolato – augurati di aver fatto tutto quel che potevi per arrivare lì, ovunque sei arrivato, di averlo fatto per bene, con dignità, la schiena dritta, senza rubare mai e senza recriminare nulla. Tutto il resto è rumore di fondo, superficie.

Se fossi il papà di uno di quei ragazzi – sì lo so, ormai mi capita di ragionare quasi sempre da papà – andrei da Nicolato e non smetterei più di abbracciarlo. 

Questi giovani calciatori hanno appena visto sfumare una finale mondiale, ma in cambio hanno appena ricevuto una straordinaria lezione che si porteranno dietro per il resto della propria vita, che sia un altro campionato del mondo (questa volta dei grandi), una finale di coppa o anche solo un esame universitario o un colloquio di lavoro. I mondiali passano, come tutto il resto. La dignità e l’onestà restano. 

Fatele sentire nelle scuole queste parole. Non nelle scuole calcio. Non solo. Nelle scuole vere e proprie. E, quando le avete fatte sentire una volta, fatele sentire due, tre, quattro volte. Di giovani calciatori bravi ne abbiamo in abbondanza, ancora ieri lo abbiamo dimostrato al mondo. Quello di cui abbiamo un disperato bisogno oggi, come comunità, sono le persone. Persone come Paolo Nicolato, grande allenatore, meraviglioso esempio. Semplicemente uomo. 

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.