MA QUALE DIALOGO! LA SINISTRA NON DEVE PARLARE AI 5 STELLE MA SCONFIGGERLI

Luigi Di Maio e Matteo Salvini


Quando senti un filosofo e intellettuale come Massimo Cacciari suggerire di “parlare ai 5 Stelle per isolare la Lega”, a chiunque abbia avuto a che fare anche solo per cinque minuti coi grillini scatta una sorta di riflesso pavloviano che più o meno fa così: “Non sa di cosa sta parlando”. Ed è sull’onda dello stesso riflesso che mi incazzo quando sento Bersani (e, fino a poco tempo fa anche Zingaretti) teorizzare un dialogo tra sinistra e 5 Stelle con lo scopo preciso di “fermare “la destra”. Che è un po’ come se, per timore di essere rapinato, chiedessi a uno scippatore di sorvegliarmi l’appartamento. Con tutto il rispetto per lo scippatore, si intende…

Non è che sia scorretto in sé parlare di “destra”. L’equivoco di fondo, semmai, è di cosa stanno davvero parlando i D’Alema e i Bersani quando parlano di “destra”. E, soprattutto, che Movimento di preciso hanno in mente quando evocano fantomatiche aperture ai grillini. Perché la sensazione è che, nella retorica della fu Ditta, si prenda a riferimento e modello una destra vintage anni ’70 e un M5S che non esiste più almeno dal 2009. Voi capite che, se queste sono le premesse, ogni conclusione risulterà falsata, finendo semplicemente per alimentare le illusioni di chi non si rassegna a un cambio di paradigma epocale, ma che chi fa politica ha il dovere di interpretare.

D’altra parte, se fosse vero quello che sostengono gli “aperturisti”, qualcuno prima o poi mi dovrà spiegare perché, il 4 marzo 2018 mentre il fronte europeista affondava, la sinistra dura e pura scompariva direttamente dai radar stessi della politica italiana. Lo dico con dispiacere per i tanti amici e le tantissime persone che stimo all’interno di quel recinto politico, e di cui condivido tantissimi temi. Ma, se vogliamo avere una timida chance di sconfiggere una volta e per sempre il virus del populismo, l’ultima cosa che dobbiamo fare è scendere sul loro terreno, meno che mai sedersi al tavolo con chi a quel tavolo non ha mai voluto sedersi, né mai siederà.

La verità è che mentre la sinistra si impantanava in un dibattito valoriale a tratti incomprensibile, il mondo negli ultimi 15-20 anni è cambiato alla velocità della luce, spinto dalla globalizzazione e sferzato poi dalla crisi economica del 2007-2008. E in questa centrifuga ideologica senza precedenti, è accaduto che, come scrivevo qualche tempo fa su “Repubblica”:

“(…) Il significato stesso della parola sinistra, così come l’abbiamo sempre conosciuto, si è sfarinato per poi ricomporsi. È accaduto che l’asse cartesiano attorno a cui abbiamo costruito il nostro modo di stare al mondo si è capovolto di 90 gradi, rendendo di colpo obsoleto non solo il nostro posto sullo scacchiere, ma lo scacchiere stesso, e persino le regole del gioco. Oggi il confine non è più tra destra e sinistra, ma tra europeismo e sovranismo, tra apertura e chiusura, tra mondo e villaggio. Quindi la sinistra è morta? Neanche per sogno. Semplicemente si è spostata di qualche grado più a nord, ha rimesso in gioco i termini della questione. Non sono in discussione i profondi valori sociali e civili della sua storia, ma il modo in cui disporli sul campo. Su due piedi, non ho una definizione precisa della parola “sinistra progressista”, ma ho un’idea piuttosto chiara di quale sia il suo compito: dare un nome il più possibile esatto a un sofisticato insieme di valori, competenze, mediazioni che oggi sono ufficialmente sotto attacco. Di più, farsi essa stessa mediazione. Andare incontro. Trasformare le porte in portoni. Siamo all’alba di un’epoca di meravigliosa Resistenza in cui ci sarà da lottare su tutto, rinegoziare principi, proteggere conquiste, salvaguardare diritti umani e civili o anche le più elementari leggi dell’economia, della scienza e del lavoro. Ci sarà bisogno di tutti, e sarà bellissimo.”

In un simile quadro, persino la totemica distinzione bobbiana tra sinistra e destra in chiave di “uguaglianza e diseguaglianza” soccombe di fronte a uno scenario inedito, per rapidità e dimensioni, nella storia dell’uomo. Suonerà blasfemo, ma il primo a capirlo è stato un comico di Sant’Ilario che, già a inizio 2000 decretava nei suoi spettacoli la morte di destra e sinistra, in anticipo di almeno un decennio rispetto a politici, analisti, economisti di ogni grado e schieramento. Con il piccolo, non trascurabile, dettaglio di aver scelto di schierarsi dalla parte sbagliata della storia, che anni dopo avrebbe finito per confluire nel sovranismo dei giorni nostri.

Il secondo significativo smottamento che i sismografi della politica italiana hanno registrato nell’ultimo decennio è stata la rapidissima ascesa di Matteo Renzi. Che, seppur in ritardo e non senza una qualche vena marcatamente populista (la “rottamazione”), ha avuto l’indiscutibile merito di stravolgere l’agenda politica della sinistra, fino a quel momento ferma a un anti-berlusconismo d’antan e sostanzialmente conservativa dello status quo. Quel Partito Democratico a trazione renziana, e successivamente l’esperimento +Europa, sono state ad oggi le uniche realtà in grado di leggere senza paraocchi ideologici, e cercare di interpretare, i grandi stravolgimenti del nostro tempo e almeno quattro rivoluzioni nel giro di pochi anni: quella del lavoro, con l’avvento dell’automazione e dell’intelligenza artificiale; del clima, con gli effetti del surriscaldamento epocale; della ricerca e della scienza, oggi minacciate da un’ondata di sfiducia senza precedenti nella storia; infine della forma stessa di democrazia, mai così messa in crisi dalle nuove forme di presunta rappresentanza diretta. È a questi quattro tavoli che si giocherà la partita dei prossimi 30-50 anni.

Si poteva fare meglio, ascoltare di più, qualche volta osare meno, altre volte avere più coraggio. Tutto è migliorabile, sempre. Ma la strada è tracciata. Ed è questa la stella polare che dobbiamo continuare a seguire se vogliamo non solo sconfiggere (quello è già un passo successivo), ma, prima di tutto, sforzarci di capire cos’è l’internazionale sovranista di cui Lega e 5 Stelle non sono altro che un franchising italiano. Scindere e separare Lega e 5 Stelle, nella speranza di spaccarli, significa non aver capito neppure l’avversario che ci troviamo dall’altra parte del campo.

Beppe Grillo

Sì, d’accordo, Lorenzo – dice il saggio – ma è innegabile che tutto questo sfarinamento di cui parli ha finito per prendere tratti e accenti smaccatamente di destra, di quella brutta, razzista, intollerante, xenofoba. Vero, anzi, verissimo. Come è vero che spesso i populismi tendono a sfociare e a degenerare in autoritarismi destrorsi. E nessuno di noi può permettersi il lusso di sottovalutarlo. Tuttavia, a costo di sembrare brusco, è un riflesso tutto sommato secondario che è da ricercare nella storia dell’Europa, nata sulle ceneri dei fascismi e ricostruita da individualità e ideali spesso più vicini alla sinistra. Ma basta voltare lo sguardo oltreoceano, proprio in questi giorni, per accorgersi che un dittatore spietato che affama il suo popolo, tortura i prigionieri politici e discrimina le persone per l’orientamento sessuale non ha alcuna remora a richiamarsi a presunti ideali socialisti.

Saper riconoscere il nemico è la prima chiave per riuscire a sconfiggerlo. Per questo oggi è così importante, fondamentale, capire esattamente quali sono i giocatori in campo, in che campionato militiamo e, soprattutto, a che sport stiamo giocando. E allora non so se è chiaro qual è il nemico che ci stiamo preparando ad affrontare alle prossime Europee e, più a lungo termine, nei prossimi 10-20 anni: un nuovo fascismo nazionalista, sovranista e profondamente populista che si sta diffondendo come un’onda nera in Europa e nel mondo, post-ideologico e per questo ancora più pericoloso, che non è né di destra né di sinistra ma si serve abilmente di queste categorie (in molti casi ancora valide) per trasformare radicalmente il modo di organizzare il nostro stare al mondo da una società liberale, aperta, democratica, progressista, costruita sui diritti, a una oscura, distopica, autoritaria (e a tratti totalitaria), a-scientifica società della paura, dell’intolleranza, dei confini, dei muri, dell’odio sociale e razziale.

È a tutto questo – non meno – che dobbiamo dare una risposta, con la consapevolezza che non esiste alcun possibile dialogo, apertura o financo confronto con chi sta sfasciando le fondamenta civile di questo Paese. Perché – parafrasando Joyce, dobbiamo sforzarci di essere oggi ciò che vogliamo diventare domani.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.