L’IDEOLOGIA “ZERO” DI SALVINI E LA PRESUNTA LOTTA AI COMPLICI DEI TRAFFICANTI

Uno sbarco di migranti a Taranto.
Ne prendiamo zero” – ha annunciato ieri il vicepremier Matteo Salvini, riferendosi ai 49 migranti ancora a bordo delle due navi a largo di Malta, dopo 17 giorni di calvario in mare, scavando così l’ennesimo solco che ratifica la distanza con l’altro vicepremier Luigi di Maio, che nelle stesse ore apriva all’accoglienza di donne e bambini, e soprattutto con quella parte di elettorato 5 Stelle, che tradizionalmente (se non più politicamente) si riscopre ancora di sinistra. 

Un solco che rischia di aprire un baratro tra Lega e 5 Stelle e certifica un’asimmetria di comando tra i due partiti al governo proprio alla vigilia delle elezioni europee, che si terranno a maggio. Un solco che ora il premier Conte è chiamato a ricomporre per non trovarsi impotente, in balia di due fuochi, senza possibilità di intervento e mediazione in vista della prossima competizione elettorale che vedrà di nuovo avversari i due alleati di governo.

Nel frattempo, la questione umanitaria resta senza risposta e a colpire, della propaganda di Salvini non è tanto lo slogan “Ne prendiamo zero”, funzionale a mantenere quella parte da duro che gli è valsa il voto degli esasperati da bar. Piuttosto, l’insistenza nella retorica della lotta ai “complici dei trafficanti”, in cui confluiscono nello stesso calderone Ong, “buonisti” e nemici di ogni epoca.

Perché, in fondo, la verità è un’altra. La verità è che l’opera di complicità con i trafficanti esiste eccome. A portarla avanti, però non sono le tanto vituperate Ong, quanto piuttosto lo stesso governo italiano, che dai tempi del governo Gentiloni, con ministro dell’interno Marco Minniti, ha trovato con i libici un accordo per riportare in terra africana coloro che cercano di scappare dai quei lager contemporanei chiamati centri di smistamento profughi.

L’ex ministro degli Interni Marco Minniti

Un accordo sancito nell’estate del 2017 e non più rivisto, se non nei dettagli, dall’attuale governo, e che prevede finanziamenti alle milizie libiche per potenziare un sistema di guardia costiera e relative motovedette che abbiano il preciso compito di riportare indietro i naufraghi del Mediterraneo in acque SAR (search and rescue) libiche. E, qualora i “tentati” profughi rifiutassero il soccorso via mare, l’affondamento delle imbarcazioni di fortuna, come “soluzione finale”. Con conseguenze immaginabili per le vite a bordo.

Lo ha già tristemente testimoniato la storia di Josepha che, soccorsa in mare nel luglio scorso, all’ipotesi di ritorno nei centri di detenzione in Libia dove non si contano stupri e morti per maltrattamenti e denutrizione, avrebbe preferito la morte in mare. E sarebbe finita salva per miracolo, a differenza di altri due compagni di viaggio, solo grazie all’intervento di una nave della Ong Proactiva. È forse questo uno dei motivi per cui, se in valore assoluto le morti in mare sono sensibilmente diminuite (visto il drastico calo degli sbarchi), in valore percentuale ci sono molti più morti di prima? E chi se la prende la responsabilità di questi morti? Chi sono, in una parola, i veri complici dei trafficanti?

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Written by Pier Paolo Tassi
32enne laureato in filosofia, da tre anni mi occupo della gestione di diversi piccoli centri di accoglienza per richiedenti asilo nella provincia di Piacenza. Nel tempo che resta, scrivo di sociale sul quotidiano "Libertà" e non perdo occasione per frequentare i bassifondi. Ostinatamente dalla parte degli ultimi, verso i quali ho sempre nutrito curiosità e grande rispetto. Anche se a volte mi fanno veramente dannare.