LETTERA A ROBERTO SAVIANO: COMPITO DELL’INTELLETTUALE OGGI È DIRE “IO NO”

Roberto Saviano

Ho scritto questa lettera a Roberto Saviano un anno e mezzo fa, agosto 2017, in piena emergenza migranti, all’alba del caso Zuccaro, nel bel mezzo della più grave crisi umanitaria nel Mediterraneo da un decennio a questa parte. Nel frattempo la mia vita è cambiata irrimediabilmente: sono diventato papà, mi sono licenziato, ho riscoperto la passione bruciante per la scrittura e il giornalismo. Tutto intorno a me la scintilla dell’odio e dell’intolleranza è divampata come un incendio nel cuore del nostro continente e nella pancia di milioni di persone. Al punto che oggi, se rileggo quelle parole, non ci vedo preveggenza, né lucidità. Ci vedo una grande paura. Il disperato tentativo di aggrapparsi a un simbolo per esorcizzare la mia incapacità di scendere, di disobbedire, di combattere. Se oggi sono qui, se oggi siamo qui, è anche grazie a quella notte, a questa lettera.


Caro Roberto,

mi permetto di darti del tu perché siamo quasi coetanei (ho quattro anni meno di te) e quasi colleghi (di mestiere faccio il giornalista). O almeno questa è la superficie. In realtà, se mi prendo questa confidenza è perché cinque minuti fa, di ritorno da Londra, in una pigra navigazione web mi sono imbattuto in Diego Fusaro che su La7 definiva “spaesante sentire le omelie di Saviano dal suo attico patrizio da Nuova York” perché rivelerebbe – sempre secondo il filosofo – “la distanza abissale che si è prodotta tra gli intellettuali della sinistra e le masse popolari dei lavoratori”.

Boom! A pronunciare quelle parole non è un Salvini qualunque, un hater con la bava alla bocca o un razzista da tastiera. No, è un giovane intellettuale, “enfant prodige” con anche un certo seguito nelle praterie della nuova controinformazione post-ideologizzata (eccellente brand, non c’è che dire). Ebbene, il colto Fusaro, lo studioso Fusaro, riesce nell’impresa di condensare in meno di dieci secondi l’intera gamma di luoghi comuni e grettezze che da dieci anni chiosa ogni tua uscita pubblica. Non manca davvero nulla: c’è lo “spaesamento” (di fronte a chi una volta faceva letteratura civile e oggi fa il predicatore), ci sono le “omelie” (un evergreen); c’è “l’attico a Nuova York”, che qui diventa addirittura “patrizio”; c’è la “distanza”, sempre e inevitabilmente “abissale”, tra l’intellettuale di sinistra e le masse lavoratrici. Ma che, in realtà, più sottilmente, è la “distanza abissale” tra il Saviano 2006 e il Saviano 2017, tra un prima e un dopo, tra quello che eri e quello che sei diventato. Quello di Fusaro non è altro che un bignami di quello che per anni opinionisti, giornalisti, politici di destra e sinistra ci hanno rifilato su Saviano.

E così, quel pensiero di scriverti, che da mesi si annidava nella mia testa senza un preciso costrutto, è diventato all’improvviso un gesto urgente, essenziale. Necessario. Non per manifestare una generica solidarietà che avrai sentito ripeterti alla nausea in questi ultimi dieci anni. Non è la semplice ammirazione, non è il “Forza, vai avanti!” se adesso sono qui a scrivere queste righe. Ha più a che vedere con uno strano senso di affetto, come si può provare per un familiare lontano e non raggiungibile. Ma non è neanche quello il punto. La verità – ammesso che ce ne sia una – è che sempre più spesso, ogni mattina a colazione, ad ogni tragedia del mare, ad ogni commento razzista, ad ogni episodio di ordinario degrado civile, io e la mia quasi moglie Veronica finiamo sempre per farci la stessa domanda: cosa ha detto Saviano? È una specie di rito, quasi una forma di rassicurazione, per confermare a noi stessi che, nell’imbarbarimento culturale, sociologico, civile, lessicale con cui i tutti i giorni ci ritroviamo a fare i conti, ci sarà ancora una volta qualcuno che non si piega, non si allinea, non si accoda al pensare comune, non si aggrappa alla pancia, alle viscere della gente, anche a costo di rischiare il linciaggio. È come se non tutto fosse perduto finché un ragazzo di 38 anni (non importa quanto famoso, non importa con quanto seguito) ha ancora la voglia e il coraggio di fermarsi e dire “non ci sto”. “Non così”. Il coraggio di affermare che le Ong salvano vite, che nel nostro mare perde la vita una persona ogni due ore, che parlare di “taxi del Mediterraneo” fa più schifo che spavento (cit. Gaber), che è disumano ridere per due ragazze rom in gabbia fuori da un supermercato, e via così, sempre più a fondo, in questo pozzo senza fondo di barbarie contemporanea in cui viviamo.

Quando Pasolini urlò “Io so, ma non ho le prove” incarnava il sentire comune di un’Italia impotente e inerme nell’attimo in cui aveva perso l’innocenza. Oggi il vero e unico possibile atto di coraggio che è rimasto ad un intellettuale è urlare: “Io no”. È un grido liberatorio e solitario che non porta voti, non fa vendere libri, non procura simpatie, poltrone o prebende. Non mi vergogno di confessare che mi sono commosso quando giorni fa, alle quattro del mattino di una notte insonne, ho letto queste parole: “Avverto i miei lettori: tutti coloro che non si inseriscono nella canea anti immigrazione e contro le Ong saranno soli. In questo momento l’odio verso le Ong e verso gli immigrati non ha pari, magari le mafie avessero avuto contro tutto questo impegno e questa solerzia. Facciamoci forza, io ne sono consapevole. Bersagliati dalle più basse menzogne, ci vedremo sui social sommersi dalle più comuni banalità. Sarà un profluvio di ‘portateli a casa tu’, ‘vi fate pagare per fare le anime belle‘, ‘buonisti‘. Ma pazientemente, smontando il fuoco di fila delle bugie ne verremo fuori.” 

Quella notte, solo come si può essere soli nelle notti in cui non riusciamo a dormire, mi sono sentito io quel lettore. Ho pensato a mio figlio, che nascerà il prossimo febbraio, al mondo che gli sto, gli stiamo lasciando in eredità, allo sforzo immane che costa andare incontro all’onda in direzione ostinata e contraria, a tutte le volte che, da padre, mi ritroverò a dover dire qualcosa che non è comodo, né sicuro, né conveniente, ma semplicemente giusto. E allora forse, guardandomi indietro, tra molti anni, mi dirò che ne era valsa la pena.

Fosse anche solo per questo, grazie Roberto.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.