LEGITTIMA DIFESA: SE UN MINISTRO GIOCA A FARE LO SCERIFFO

Matteo Salvini imbraccia un fucile


La prima volta che Matteo Salvini entra in un carcere da ministro degli Interni non è per un’ispezione o per verificare la condizione dei carcerati, ma per portare la solidarietà a uno e uno solo delle 60mila persone detenute oggi in Italia: quell’Angelo Peveri, imprenditore piacentino che la settimana scorsa è stato condannato in Cassazione a 4 anni e mezzo per tentato omicidio nei confronti di un ladro di cittadinanza rumena, reo di aver tentato di rubare del gasolio insieme ad altre due persone.

All’uscita del carcere delle Novate (Piacenza), Salvini ha rilasciato alcune dichiarazioni destinate a far discutere, con un unico, chiarissimo, obiettivo: infiammare il dibattito in vista dell’imminente approdo in aula del vero e proprio provvedimento bandiera della Lega: la legge sulla Legittima difesa.

Ai cronisti il ministro degli Interni ha detto sostanzialmente tre cose:

La prima, che mira a far leva sull’emotività del suo elettorato, e non solo.

“Dal mio punto di vista non avrebbe dovuto nemmeno entrarci in carcere. Angelo Peveri trascorrerà ingiustamente la sua terza notte in carcere lontano dalla famiglia, il rapinatore invece è fuori con il portafogli pieno.”

La seconda, più politica, assomiglia molto a un avvertimento ai 5 Stelle a non fare scherzi in Aula.

“La legge che approveremo non è l’invito a nessuno a farsi giustizia, ma se io vengo aggredito o minacciato nella mia azienda, nel mio negozio, nella mia casa ho diritto di difendermi senza passare nove anni per tribunali come ha fatto Angelo Peveri. Dopo questo incontro ho la sensazione di qualcosa che non è giusto: perché che sia in galera un imprenditore che si è difeso dopo 100 furti e rapine, e invece sia a spasso un rapinatore in attesa di un risarcimento dei danni, mi dice che bisogna cambiare presto e bene le leggi. Cercheremo di fare di tutto perché stia in galera il meno possibile.”

Ma Salvini è andato addirittura oltre, annunciando che “Se servirà, andrò dal Presidente della Repubblica per chiedere la grazia a Peveri.”

Matteo Salvini in un comizio della Lega

Qui non siamo più nel campo della legittima propaganda politica.

Quando un ministro va in carcere a portare la propria solidarietà – e annuncia che ne chiederà la grazia – a un uomo che ha sparato al petto di un altro uomo per un furto di gasolio, non sta semplicemente cavalcando senza scrupoli un tema serissimo e delicato che, invece, dovrebbe essere affrontato con la massima lucidità ed equidistanza.

Non sta semplicemente venendo meno al suo ruolo di rappresentante delle istituzioni.

Non sta semplicemente scavalcando la magistratura, che ha smentito con tre gradi diversi di giudizio, oltre ogni ragionevole dubbio, che si sia trattato di legittima difesa.

Non sta solo strumentalizzando il dramma umano di due persone (chi spara e chi è “sparato”).

Non sta neppure solo dando uno schiaffo alla principale vittima della vicenda, che solo casualmente è rumeno.

No.

Sta mandando un messaggio ancora più pericoloso e devastante: che sparare a qualcuno che ti entra in casa o nel tuo capannone non solo è un diritto ma questo farà di te un simbolo, un martire, un eroe da celebrare. Sta dicendo che chi compie una rapina sa quali sono le conseguenze, mettendo di fatto sullo stesso piano un furto e un (tentato) omicidio, rubare e morire.

Questo non rientra affatto nei compiti di un ministro, semmai è quello che farebbe uno sceriffo, in una società in cui il giudizio non è più affidato alle aule di tribunali ma alla sensibilità popolare, all’emotività, alla rabbia, alla pancia delle persone. È la politica che diventa Far West, in attesa che, con l’imminente approvazione in Parlamento della legge sulla Legittima difesa, la legge del taglione si estenda alle nostre città.

Qui non stiamo più parlando di legittima difesa ma di quale società abbiamo in mente di qui ai prossimi dieci, vent’anni. E, in fin dei conti, chi scegliamo di essere noi. Not in my name!

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.