DAL “BOOM ECONOMICO” ALLA RECESSIONE IN MENO DI TRE SETTIMANE

Il premier Giuseppe Conte in una caricatura


Per la prima volta da cinque anni a questa parte, l’economia italiana è tornata ad avere segno negativo. Non accadeva dal 2013. Si tratta di una contrazione dello 0,2% del Pil nel quarto trimestre del 2018, che fa il paio con il meno 0,1% registrato nel periodo tra luglio e settembre. Tradotto nel linguaggio degli economisti: recessione tecnica.

Strano destino per un Paese che si trovava all’alba di un nuovo boom economico, e che oggi si ritrova a fare i conti con l’amara realtà: siamo un po’ più poveri di come eravamo ieri. Non ce ne renderemo conto oggi, guardando nei nostri conti in banca o mentre facciamo la spesa, ma potremmo accorgercene domani quando il rialzo dei nostri tassi di interesse, la rapida frenata del valore aggiunto dell’industria e dell’agricoltura, una preoccupante stagnazione dei servizi, la ridotta competitività delle imprese, tutto questo insieme affosserà il potere d’acquisto degli italiani.

Sta già accadendo, nel silenzio di chi ci governa e nel rumore di una propaganda che è riuscita a farci credere che, se siamo più poveri, è colpa di 47 disperati a bordo di una nave. E conferma, una volta di più, che chi criticava gli equilibrismi di questi avventurieri della decrescita infelice e del deficit non lo faceva in quanto “rosicone”, “pidiota” o “amico delle banche”, ma semplicemente per mettere in guardia gli italiani che stiamo andando dritti contro un muro. E rischia di essere, purtroppo, soltanto l’inizio.

Luigi Di Maio, vicepremier e ministro del Lavoro

Già, perché i dati negativi riportati dall’Istat – al netto di ogni goffo rimpallo di responsabilità nei confronti dei “governi precedenti” – non sono altro che un segnale preventivo di sfiducia nei confronti delle politiche economiche di questi autoproclamati sovranisti. Il timore, paventato da quasi tutti gli analisti indipendenti, è che le politiche messe in campo per contrastare la recessione siano una medicina persino peggiore del male.

In un Paese che, in sette mesi, ha perso 250mila posti di lavoro (fonte Adecco), abbiamo sentito parlare di tutto, dal reddito di cittadinanza alle pensioni, dalla lotta ai privilegi al no alle grandi opere: l’unica parola che non è mai stata pronunciata è proprio “lavoro”. L’articolo 1 è stato letteralmente cancellato dalla Carta costituzionale, da parte di quelle stesse persone che due anni fa giravano l’Italia in motorino per difenderla.

Siamo diventati, senza quasi accorgercene, una Repubblica fondata sul reddito. Un Paese che, invece di sostenere le imprese, le bastona; invece di accompagnare la competitività delle nostre eccellenze, si illude di creare posti di lavoro per legge. Col risultato che anche quelle centinaia di migliaia di giovani lavoratori, spesso precari ma che a poco a poco si stavano costruendo una carriera e un futuro, si stanno progressivamente vedendo togliere anche quel poco lavoro che avevano, andando ad ingrossare le liste del reddito di cittadinanza. Che, come per magia, dovrebbe proporre a 5 milioni di italiani fino a 3 lavori in 18 mesi: stiamo parlando, in pratica, di 15 milioni di potenziali posti di lavoro nel prossimo anno e mezzo. Berlusconi l’avevano ricoverato per molto meno.

Eppure, a sentire il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte non c’è nulla di cui preoccuparsi: l’economia ripartirà già dal prossimo trimestre, gli italiani diventeranno ricchi, e magari i clandestini spariranno, le buche a Roma si riempiranno da sole e l’Europa finalmente ci rispetterà. E nessuno ha ancora chiamato l’ambulanza.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.