IL VENEZUELA È LA PROVA GENERALE PER L’ITALEXIT

Come si è schierato il mondo sul Venezuela (fonte Sky Tg 24)


Guardate bene questa mappa. Non è una cartina politica mondiale di 50-60 anni fa, in piena Guerra fredda. No. È la fotografia, del pianeta in cui viviamo, che mai come oggi si ritrova rovinosamente spaccato in tre: in blu ci sono i paesi del blocco occidentale, che sostengono la transizione democratica in Venezuela; quella enorme macchia rossa, invece, è quel che resta del blocco comunista più le satrapie moderne e i piccoli regimi fantoccio che sostengono un dittatore spietato come Maduro. E poi c’è un’enorme, indefinibile, distesa di colore verde-ocra composta per il 90% dai paesi in via di sviluppo e del terzo mondo, il cui ultimo problema di sicuro è il Venezuela.

Indovinate un po’ di quale gruppo fa parte l’Italia! L’unico grande Paese occidentale a non avere ancora preso una posizione chiara. La settima potenza economica mondiale finita nel magma indistinto di quelli che un tempo venivano chiamati “paesi non allineati” e che oggi sono, o scelgono di essere, dalla parte sbagliata della storia. Com’è potuto accadere? Il Paese fondatore dell’Unione europea ridotto a scendiletto di Putin e Cina, nella miope convinzione che, un giorno, questa neutralità – o peggio, questa aperta collaborazione – sarà ricompensata. Non so se avete capito: come hanno usato i Conte, i Salvini, i Di Maio, questi ci mettono dieci secondi a risputarli fuori, una volta che non serviranno più, utili idioti di un disegno troppo grande per loro e che neppure capiscono. E, quando torneremo strisciando a bussare alla porta dell’Europa, la troveremo invariabilmente chiusa, destino atroce e beffardo per noi che quella casa l’abbiamo immaginata, progettata, costruita, centimetro dopo centimetro, dove gli altri vedevano solo muri e trincee.

La bandiera europea delle 12 stelle

Ma qualcuno crede davvero che siamo europeisti perché ci pagano le lobby (ma quali lobby?), per far contento il partito (ma quale partito?), credete che godiamo nel vedere il nostro Paese – che non appartiene a Salvini o a Conte ma a tutti i noi – preso a schiaffi da tre quarti d’Europa, umiliato ad ogni occasione pubblica, trattato come un malato terminale che rifiuta le cure e si sta sempre più isolando dal mondo? Credete che ci divertiamo a vedere la bandiera del nostro Paese in fondo a tutte le classifiche sulla crescita, staccata di un punto percentuale da tutti gli altri Stati membri? Credete che faccia piacere vedere la grande utopia di Rossi, Spinelli e di questi grandi italiani martoriata da gente che crede che i condizionatori alzino il Pil e la cura contro il cancro lo abbassi? Si illude chi crede che la partita sia tra i sovranisti e gli europeisti di casa nostra. Non siamo che granelli di sabbia incastrati negli ingranaggi della Storia, e pagheremo tutto, fino all’utimo euro, fino all’ultimo centilitro di sangue.

Essere italiani non significa fare il tifo per la propria nazione come fosse una squadra di calcio. Non significa prendere acriticamente la difesa d’ufficio del proprio governo, a costo di negare l’evidenza, in nome dell’onore violato, semmai pretendere che il nostro governo sia un faro dell’economia, del progresso, dei diritti, che sappia battere i pugni sul tavolo quando serve e indicare una strada che rappresenti davvero un modello per l’Europa, non una barzelletta vivente. Non è questo, in fondo, che fanno i leader?

Mentre scomodate il vostro orgoglio patriottico ferito, mentre levate gli scudi contro la lesa maestà di un belga, questi avventurieri (italianissimi) ci stanno portando, un passo alla volta, in pieno deserto, al di fuori di ogni comunità, riparo o protezione. Credete che non succederà mai? Che l’Italia non è la Grecia, che non conviene a nessuno. Si diceva pure del Regno Unito, e guardate come è finita. Beh, succederà. Sta già succedendo. Di più: è in atto, sotto i nostri occhi, un piano preciso perché questo accada. Al punto che il Venezuela si può considerare a tutti gli effetti la prova generale per l’Italexit e per un ricollocamento strategico epocale nello scacchiere internazionale. Da cui abbiamo tutto da perdere.

Vladimir Putin

Guardate ancora una volta quella carta e vi renderete conto che siamo a un bivio, forse il più importante e decisivo che ci siamo trovati di fronte dal dopoguerra ad oggi. Allora eravamo poverissimi ma liberi, con un mondo da ricostruire e una fiducia incrollabile nel futuro. Oggi abbiamo dieci, venti volte tanto ma non sappiamo più che farcene, imprigionati nei nostri recinti di egoismo, avidità e solitudine, rabbiosi verso tutti e sospettosi con tutto quello che non conosciamo, che sia un immunologo, una multinazionale o un migrante che fugge da guerra e fame. Siamo ancora in tempo per invertire la rotta, ma ogni giorno che passa, ogni dichiarazione, ogni tentennamento in politica estera è un passo dritto verso il baratro.

Mai come oggi siamo chiamati a una scelta cruciale non tra l’essere genericamente europeisti o meno ma tra stare dentro o stare fuori. Dalla parte della democrazia e del progresso, oppure mani e piedi nell’incertezza di un mondo in cui tutte le conquiste ottenute negli ultimi 70 anni sono ufficialmente e definitivamente in discussione. Perché è tutto questo, non meno, che è in gioco oggi, e sta lì su quella cartina. Non c’è una terza via, e, anche se ce ne fosse una, non ce la possiamo permettere. Se volete davvero essere patrioti, dedicate le vostre energie all’unica patria che abbiamo, all’unica vera causa per cui oggi abbia senso combattere, e vi accorgerete che non siamo italiani, francesi, belgi o ucraini, ma semplicemente, geneticamente e orgogliosamente europei.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.