IL GOVERNO GIALLOROSSO HA MESSO ALL’ANGOLO SALVINI, MA HA RICOMPATTATO I FASCIO-SOVRANISTI

Da sinistra a destra, Giovanni Toti, Giorgia Meloni e Matteo Salvini


I fatti. Guardiamo i fatti. In questo momento, il primo e il secondo partito più votati il 4 marzo 2018 sono in Aula, alla Camera, per votare la fiducia al Conte Bis e formare insieme un nuovo governo. Nelle stesse ore, fuori da Palazzo Montecitorio, il terzo e il quinto partito per numero di eletti sono scesi in piazza per gridare al “golpe”, evocare presunte “manovre di palazzo”, invocare il “voto popolare” e la “democrazia” con le braccia tese in un saluto romano, agitati da un ex ministro che con una “manovra di palazzo” (quella sì, davvero) si è, in pratica, sfiduciato da solo.

Se un marziano atterrasse in questo momento nel centro di Roma, faremmo non poca fatica a spiegargli che è appena sbarcato in Italia, che il nostro è un Paese democratico, la settima potenza industriale al mondo, e che è regolata da un libricino di una cinquantina di pagine che chiamiamo “Costituzione”. E che, verso la fine, all’articolo 94, è spiegato in modo abbastanza chiaro come funziona la formazione di un nuovo governo e la richiesta di fiducia che ne segue. D’altra parte, quando è stata scritta la Carta costituzionale, l’Italia era un Paese che usciva dalla guerra, poverissimo e in larga parte analfabeta, e ogni singolo articolo è stato scritto e concepito in modo da poter essere letto (o anche solo capito) da tutti gli strati della società, anche da chi non aveva studiato. Quello che i nostri Padri costituenti non potevano immaginare è che, un giorno, avrebbe potuto essere letta da un leghista. 

Matteo Salvini

E così ci ritroviamo, a un mese esatto dalla crisi di governo più assurda e incomprensibile della storia recente, ad assistere a un Paese mai come oggi lacerato e spaccato in due. Da una parte una nuova coalizione politica formata da due partiti geneticamente antitetici che si ritrovano, contro ogni preavviso, seduti uno accanto all’altro sui banchi di governo. Dall’altra una sorta di falange armata sovranista che, dopo un anno e mezzo in ghiaccio, altrettanto di colpo si è ricompattata attorno a un nemico chiaro e riconoscibile: la cosiddetta sinistra “poltronista”. E poco importa se di rosso questo governo non ha neanche lo smalto delle unghie e il Movimento 5 Stelle, di norma, è sempre in fondo a destra. Ciò che conta, per Salvini e Meloni, è poter dare in pasto alla propria base qualcuno da incolpare e a cui attribuire le responsabilità del presente del futuro di questo Paese, dai migranti all’imminente manovra finanziaria, che a qualcuno toccherà intestarsi.

Già perché, se il nascente governo giallorosso ha l’indubitabile merito di aver messo Salvini in un angolo dopo 15 mesi in cui ha spadroneggiato, è altrettanto vero che ha finito per rimettere insieme una sorta di nazionale sovranista, le cui fila, negli ultimi tempi, si erano sfilacciate fin quasi a rompersi. Era da tempo ormai che non si vedevano contemporaneamente in piazza i fascisti dichiarati di CasaPound e Forza Nuova, i fascisti mai pentiti di Fratelli d’Italia e i fascisti mascherati della Lega, uniti al grido di “voto subito”, in un tripudio di bandiere italiane e saluti romani, col sottofondo immancabile dell’inno nazionale, ancora una volta oltraggiato e umiliato, come e peggio di quello che era accaduto il 4 agosto scorso al Papeete. È l’effetto collaterale, ampiamente previsto e prevedibile, di un governo costituzionalmente legittimo al 100% ma che politicamente ha finito per riunire e ulteriormente riacutizzare la peggior destra nazionalista, razzista, xenofoba e oscurantista d’Europa.

Lo spettacolo che è andato in scena oggi fuori dal Parlamento non è una normale manifestazione di protesta dell’opposizione nei confronti della maggioranza, ma è la prova generale del grande raduno sovranista del 19 ottobre prossimo (non a caso tre giorni prima l’anniversario della marcia su Roma) e di quello che si annuncia un autunno caldissimo.

Io non lo so se dentro quel palazzo ci sono i “buoni”, se quello che oggi chiederà la fiducia sarà un buono o un cattivo governo e se i nuovi ministri saranno all’altezza della sfida enorme che li attende. Quello che so è che oggi, là fuori, in piazza, si è dato appuntamento chi fa il saluto romano, piccona la Costituzione, minaccia la presa del Parlamento (“in caso fossero cancellati i Decreti Sicurezza”), confonde una maggioranza legittimamente formata con una manovra di palazzo; c’è l’Italia di Verona che umilia le donne, chiama un assassino “gigante buono”, minaccia l’abolizione dell’aborto, considera l’omosessualità una malattia e lascia morire esseri umani in mezzo al mare. Ed era da tempo che non la si vedeva così agguerrita e violenta.

Ogni scelta politica ha un prezzo. L’unica cosa che oggi chi si ritiene democratico può sperare è che lo scontrino che arriverà non sarà più alto delle conquiste che abbiamo salvato e delle vittorie che avremo portato a casa. I nostri figli non ce lo perdoneranno. E non ce lo perdoneremo noi.


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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.