GUIDO ROSSA, LA FORZA DELL’UOMO (SOLO) CONTRO IL TERRORISMO

i 250mila di piazza De Ferrari per l’ultimo saluto a Guido Rossa


A 29 anni Guido Rossa tentò di scalare un 7000 metri in Nepal. Era un grande alpinista, ingegnoso e tenace, uno che si costruiva da solo l’attrezzatura con i chiodi che trovava in fabbrica. Non raggiunse mai la cima del Langtang Lirung, e a un certo punto scese anche dalle montagne. Troppa vita, troppa politica, quaggiù, in una Genova che nel frattempo si era fatta sempre più plumbea e opprimente per chiunque, figurati per lui, operaio di mestiere e sindacalista per vocazione. Un compagno che non ha mai sbagliato quando si è trattato di scegliere da che parte della storia combattere.

Ha commesso un unico, fatale, errore nella propria vita: denunciare un collega brigatista dell’Italsider. Lo ha fatto in anni in cui schierarsi apertamente contro il terrrorismo rosso a sinistra era ancora considerato un tabù. È stato il primo a frangere quel muro di silenzio e omertà, e per primo sapeva che lo avrebbe pagato. Ma lo avrebbe fatto lo stesso. Quella tra democrazia e lotta armata per lui non è mai stata una scelta, come non scegli di scalare una montagna: è lei che ti chiama. E lo sai che perderai – gli uomini sono destinati sempre a perdere – ma è per quello, in fondo, che lo fai, se la vita ti ha reso scalatore.

Era un operaio, Rossa, uno che lavorava con le mani, ma ci sapeva fare con le parole e aveva la testa del teorico puro. “Occorre riuscire a saldare strettamente gli obiettivi di sviluppo economico con quelli di trasformazione democratica dello Stato – scriveva – La lotta al terrorismo passa da qui, perché è qui, nello spazio che separa la classe operaia dallo stato, che il terrorismo si insinua. Dobbiamo riempire questo spazio. Ed è questa, in ultima analisi, la forma più valida di vigilanza.”

Io non so se la storia del terrorismo in Italia sarebbe cambiata senza Guido Rossa. So però che, se quella mattina del 24 ottobre 1978 non fosse stato lasciato solo dai colleghi del sindacato, probabilmente sarebbe cambiata la sua di vita. E, in un modo difficile da immaginare, quella di tutti noi. 

La prima pagina de “Il Secolo XIX” il giorno dopo l’assassinio di Guido Rossa

C’era e c’è nella storia di Guido Rossa come una specie di istinto che ti fa riconoscere la cosa giusta da fare dove gli altri vedono solo convenienza e paura. È come una specie di grazia che non trovi al mercato: o ce l’hai o non ce l’hai. E la sinistra degli ultimi quarant’anni spesso quella grazia non l’ha avuta, troppo impegnata a leggere la realtà con gli occhi dell’ideologia, senza rendersi conto che dietro l’ideologia, dietro la politica, dietro le masse, ci sono le persone. Gli uomini. Prima che eroe, prima che icona, molto prima che compagno, Guido Rossa è stato soprattutto un uomo, con le sue fragilità e la sua coscienza, che non sempre coincide con il sentire comune. È per questo – mica per altro – che 250mila persone sono arrivate da tutta Italia per essere presente ai suoi funerali, in una piazza De Ferrari mai così gonfia di gente e di pioggia. Ed è per questo che Guido Rossa è ancora oggi un simbolo che affonda la lama fino in fondo in una ferita aperta della sinistra e mai del tutto cicatrizzata.

Mentre la sinistra in quegli anni si rifugiava in un pavido terzismo (“Né con lo Stato, né con le Br”) e ha rifiutato fin quasi all’ultimo di tagliare il cordone con l’estremismo armato (“Sono compagni che sbagliano”), Rossa era già un morto che camminava. È andato avanti per ancora tre mesi, fino a quella mattina del 24 gennaio 1979, alle ore 6.35, quando è stato raggiunto da quattro colpi di pistola, di cui uno mortale. Strano destino per chi, come lui, è stato a un passo dal tetto del mondo, finire per cadere sul sedile della propria auto, a pochi metri da casa sua, in via Ischia, e a poche centinaia dal covo delle Br di via Fracchia, quello dove l’anno successivo sarebbero morti in un conflitto armato con i carabinieri quattro brigatisti, tra cui il suo aguzzino.

Abbiamo perso tanto senza Guido, quasi tutto. Ma abbiamo perso soprattutto la capacità di alzarci in piedi e combattere con la straordinaria verità della nostra ragione. Insieme a lui, quella mattina, a Oregina, se ne sono andati principi per cui lui era disposto a morire e in nome dei quali noi, a distanza di 40 anni, non siamo neanche più in grado di vivere.

Grazie Guido, mi sarebbe piaciuto conoscerti.

1979-2019

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.