NO, LO STATO NON DEVE SCUSARSI CON FREDY PACINI

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Pubblicato su “Strade” il 3 dicembre 2018

 

No, mi spiace. Andrò controcorrente, ma proprio non riesco a capire perché lo Stato dovrebbe scusarsi con Fredy Pacini.

Ormai le due correnti di pensiero dominanti – pro e contro la legittima difesa “assoluta” – sembrano essersi accomodate su un punto di caduta comune e intoccabile, che suona più o meno così: “Se una persona, dopo aver subito 38 furti, è costretto a barricarsi in un capannone armato, sparare e financo uccidere, quella è una sconfitta dello Stato. E per questo si deve scusare.”

L’abbiamo sentito ripetere talmente tante volte in questi giorni, da essere entrato ormai nel nostro sentire comune. Lo hanno ribadito insospettabili intellettuali che certo non possono essere annoverati nel milieu salviniano. Ci crediamo così tanto da aver messo da parte persino la logica e le verità oggettive che oggi abbiamo a disposizione per leggere questa drammatica vicenda.

1) Le rapine non erano affatto 38, ma “appena” 6, come riportano fonti dei carabinieri, di cui 2 quelle effettivamente consumate (negli altri 4 casi si è trattato di tentati furti). Poche? Nient’affatto, sono tante, troppe: nessuno merita di vivere con la costante paura di essere rapinato in casa propria o nel proprio capannone. Ma 38 o 2 non è la stessa cosa. Non è vero che “non cambia nulla”, come ripetono ossessivamente i teorici della difesa indiscriminata. Quel numero sesquipedale, artatamente estremizzato, è diventato inconsciamente un passepartout collettivo per l’assoluzione, l’artificio retorico ed emotivo che costringe tutti noi a metterci nei panni di Fredy, a comprenderne azioni e motivazioni. E, in fin dei conti, a schierarci dalla sua parte.

2) Nessuno sa di preciso cos’è successo quella notte. Dai primi risultati dell’autopsia, sappiamo solo che il ragazzo moldavo di 29 anni è stato raggiunto da due dei cinque proiettili esplosi dal Pacini: il primo lo ha colpito alla gamba; il secondo, fatale, all’altezza del bacino, ha reciso l’arteria femorale provocandone la morte per dissanguamento. Insomma, la dinamica dei fatti è ancora tutta o quasi da chiarire. Eppure, per qualche ragione, abbiamo già deciso che si tratta di legittima difesa. Pacini è la vera vittima. Di più: Pacini è un eroe nazionale, celebrato in tv, sui social, con manifestazioni e fiaccolate. E chi osa avanzare il benché minimo dubbio, diventa automaticamente “buonista”, “fighetto con la camicia aperta”. Uno che non sa di cosa parla.

3) Lo Stato non può essere ovunque e ovunque proteggerci. Per quanti poliziotti assumerai, per quanto esercito tu possa dispiegare, il 95% del territorio italiano resterà sempre privo di un presidio permanente. Ma è realmente questo il nodo della faccenda? Siamo davvero sicuri che la militarizzazione delle nostre strade, la creazione di vere e proprie “no criminal area” sorvegliate a mitra spianati, rappresenterebbero l’argine, e non piuttosto la leva, di un escalation di violenza senza ritorno?

Mentre ripetiamo, persino con una certa spensieratezza, che il ministro degli Interni si dovrebbe scusare con Fredy, stiamo accettando e, di fatto, sancendo la resa definitiva a una certa idea di Stato paterno e padronale fondata sul controllo assoluto, sulla forza muscolare, sulla presenza fisica, visibile e totalitaria. Così funzionano i regimi, le dittature, non gli Stati. Soldi in cambio di protezione: questo è il codice di riferimento delle criminalità organizzate, non dei Paesi civili e democratici.  

Una delle eredità forse più sconvolgenti di quest’epoca della paura è l’idea di uno Stato-esercito che ci protegge con la forza e non con le leggi, con le armi e non con l’educazione civica. Con la presenza in massa sul territorio e non più – come è avvenuto dal dopoguerra ad oggi – con l’autorevolezza dell’intelletto e della ragione. Abbiamo perso la fiducia nella nostra capacità di immaginare società aperte, inclusive, sicure, di cui l’Europa è stato per oltre settant’anni emblema e garante. Quando un tale sistema di valori e saperi condivisi collassa, diventa normale uccidere qualcuno per qualche bicicletta, diventa “buonsenso” armarsi e sparare a un “estraneo”, a uno “straniero”, all’altro da sé, a qualcuno che non sappiamo neppure più riconoscere, ma che consideriamo genericamente un nemico. Guardate che è così che sono cominciate le guerre.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.