ELOGIO DELLA DISOBBEDIENZA CIVILE: PERCHÉ IL “NO” DEI SINDACI È L’ATTO POLITICO PIÙ FORTE DEGLI ULTIMI DIECI ANNI

Migranti salvati nel Mediterraneo nel 2015 da Triton
Per diciotto, lunghissimi, mesi ho aspettato che un politico – uno soltanto – si alzasse in piedi e dicesse “Io no”. Che urlasse al mondo il proprio sdegno, il proprio rifiuto, di fronte a un Paese che si stava rapidamente incancrenendo attorno alle proprie rabbie e paure più recondite. E che lo facesse per tutti noi, con la voce e l’autorevolezza di una guida. Ho atteso così tanto, e così tanto sono rimasto deluso, che, a un certo punto ho capito che nessuno si sarebbe mai alzato al posto mio, se io stesso non fossi stato disposto a farlo per primo.

E allora, una domenica pomeriggio, mentre preparavo il latte per mio figlio, qualcosa nella mia testa ha fatto click. Sono salito in camera da letto e ho detto alla mia compagna: “Il biberon è pronto. Ah, e ancora un’altra cosa: domani mi licenzio”. Il giorno dopo ho presentato la mia lettera di dimissioni. In realtà, quella decisione era nata il 21 aprile dell’anno prima, in una giornata milanese di caldo torrido che sapeva più d’estate che di primavera, dopo aver letto Di Maio definire le ong “taxi del Mediterraneo”.

Quello è stato il giorno in cui mi sono dimesso dalla comunicazione del Movimento 5 Stelle. Solo che ancora non lo sapevo. Abitavo ancora uno spazio fisico e temporale della mia vita in cui non ci si licenzia “solo” perché non condividi la linea politica dei tuoi datori di lavoro. Non si rinuncia a stipendio e prospettive di carriera “solo” perché non ti va giù la superficialità e il cinismo con cui trattano uno dei temi cruciali dell’umanità. Si ingoia e ci si piega. Si ingoia e ci si piega. Come è sempre accaduto, e come sempre accadrà. Solo che le scelte irrimediabili sono fatte così: se ne stanno lì per mesi, a volte anni, acquattate in qualche angolo della nostra coscienza, per poi spuntare fuori all’improvviso. Di solito non ti lasciano preavvisi nella cassetta della posta. Si presentano una domenica pomeriggio qualunque e si depositano lì da qualche parte, come se lì fossero sempre state prima d’ora.

Un mese più tardi – i tempi del preavviso – tutto questo sarebbe esploso con una lettera di dimissioni pubbliche che è tutt’ora l’atto più liberatorio e autenticamente comunicativo della mia vita di giornalista. Strano modo di incontrarsi, vero? Però è lì che ci siamo conosciuti. Se siete qui ora a leggermi è molto probabile che foste anche lì, e viceversa. “Mai autocitarsi” è la prima regola che ti insegnano in ogni corso serio di giornalismo, ma farò un’eccezione. Ve la ricordate questa frase? “Come fai a continuare a ripeterti – e a ripetere a tuo figlio – che lo stai facendo per lui quando duecento uomini, donne e bambini vengono tenuti in ostaggio per giorni in mezzo al mare, nel silenzio da brividi di un’intera classe politica? Come puoi rinunciare a credere che quella cosa ti riguarda, ci riguarda e ci sta dicendo chi saremo tra cinque minuti, un anno, vent’anni?”.

Già. Suona familiare, vero? Basta sostituire semplicemente il numero 200 con 49 ed eccoci scaraventati violentemente nella stretta, angosciante, attualità. La storia si ripete sempre, e raramente cambia il finale. Quelli che cambiamo siamo noi, i protagonisti di quella grande storia. Quando scrivevo quelle poche righe, non mi illudevo certo di cambiare il mondo. Mi sarebbe bastato cambiare me stesso, tornare a guardare in faccia mio figlio la mattina senza distogliere impercettibilmente lo sguardo. Sapevo di aver fatto il mio, come migliaia d’altri avevano fatto prima di me e altrettanti avrebbero fatto dopo. 

Quello che non immaginavo era la potenza straordinaria della parola disobbedienza, chiunque sia l’autore, ovunque accada, qualunque sia la storia che ha da raccontare. In quel caso, piccola, piccolissima. Ma non ha alcuna importanza, in fondo. Se sei disposto a disobbedire a un potere ingiusto abbastanza da rinunciare a qualcosa di tuo, non c’è niente dopo che ti possa spaventare. Per questo la disobbedienza civile dei sindaci è il fatto politico più importante e dirompente degli ultimi dieci anni. E, al tempo stesso, la schiuma appena impercettibile di un’onda destinata, prima o dopo, a infrangersi con la potenza di uno tsunami contro la barbarie umana, civile e culturale che chiamano anche maggioranza.

Esimi giuristi e costituzionalisti si sono già schierati al fianco dei primi cittadini ribelli, ma non è questo il punto qui e ora. Quella che parte da Palermo, passa da Napoli, Firenze e risale sino a Parma e Milano è una scossa di coscienza che vola molto alto sopra le leggi, scomoda, per forza e potenza evocativa, la tragedia greca e ci riporta, quando ormai io, noi, tutti ormai, avevamo perso la speranza, in un territorio in cui essere umani non è più qualcosa di cui vergognarsi. Solo per questo, a prescindere da ogni parere tecnico o cavillo giuridico, è l’atto più controcorrente che sia stato commesso da Antigone ad oggi. È una dichiarazione di resistenza di una potenza inaudita, che rimbomba nelle orecchie sorde di un popolo stordito dalla propaganda sovranista. E non è un caso che arrivi da quel Meridione d’Italia di cui per mezzo secolo ci siamo dimenticati, salvo ricordarcene quando si è trattato di andare a spolpare vite e voti.

“Quella che parte da Palermo, passa da Napoli, Firenze e risale sino a Parma e Milano è una scossa di coscienza che vola molto alto sopra le leggi, scomoda, per forza e potenza evocativa, la tragedia greca e ci riporta, quando ormai io, noi, tutti ormai, avevamo perso la speranza, in un territorio in cui essere umani non è più qualcosa di cui vergognarsi. Solo per questo, a prescindere da ogni parere tecnico o cavillo giuridico, è l’atto più fuorilegge che sia stato commesso da Antigone ad oggi. È una dichiarazione di resistenza di una potenza inaudita, che rimbomba nelle orecchie sorde di un popolo stordito dalla propaganda sovranista.”

Puoi passare anni a battere quanto vuoi su Europa, europeismo, competenza, spread – e anch’io sono tra quelli – ma non c’è nessuna parola così potente e universale come: disobbedienza civile. Se c’è rimasta una qualche, timida, chance di smontare la retorica pop-sovranista e i suoi falsi idoli, la troverete qui da qualche parte tra le dichiarazioni del sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Uno di cui non condivido tutto, ma che, quando apre bocca, raramente lo fa per noia. 

“Il linguaggio di Salvini è indegno di un ministro dell’Interno, e lo dico con rispetto delle istituzioni repubblicane alle quali ho giurato. Io non faccio parte di un partito che ha sottratto decine di milioni agli italiani, non vado ad abbracciare criminali durante le partite di calcio e non pavento nemmeno lontanamente l’idea, pur escludendolo, di usare esercito, carabinieri e poliziotti contro i sindaci, perché se solo ci prova a pensarlo avrà una risposta politica e democratica talmente adeguata che se la ricorderà per tutta la vita“.

Il sindaco di Napoli Luigi De Magistris

Il primo argine è crollato, da qui non si torna indietro. Ora non resta altro da fare che andare avanti, come soldati in una guerra sporca che non abbiamo cominciato noi e non abbiamo scelto di combattere. Disobbedire oggi è l’ultimo, unico, più alto, profondo, possibile, atto di civiltà che c’è rimasto. Dopo c’è l’obbedienza. Dopo c’è il silenzio. Dopo ancora c’è il fascismo. La storia si ripete quasi sempre identica, e i finali tendono ad assomigliarsi tutti, ma la cosa straordinaria è che, nel bene e nel male, sono gli uomini e le donne a scriverla. 

P.s. Ah, e ancora un’ultima cosa. Ogni volta che parlate di Hitler e Salvini nella stessa frase (proprio come sto facendo io in questo momento) state accettando la sua agenda politica e comunicativa. State facendo il suo gioco. State spostando l’attenzione dal fatto politico di giornata, forse del decennio – la ribellione dei sindaci – all’ennesima provocazione di bassa lega del ministro dell’odio. Non state facendo altro che il suo gioco. Niente di più di quello che voleva Salvini, e niente di meno. Orlando chi?

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.