DUE MESI DI SARDINE: UNA RISPOSTA DI POPOLO ALLA BESTIA DEL POPULISMO

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Pubblicato su Radici a gennaio 2020


È metà novembre, siamo a Bologna, sono le ore 2 di una notte apparentemente come tante altre. E nessuno ha la più vaga idea di quello che sta per accadere. Neppure Mattia Santori, 30 anni, economista, educatore, insegnante di frisbee per ragazzi. Per quanto si sforzi, Mattia non riesce a prendere sonno. Tra pochi giorni il leader della Lega Matteo Salvini sarà al PalaDozza di Bologna a inaugurare la campagna elettorale di Lucia Borgonzoni, la candidata di centro-destra alle elezioni regionali in Emilia Romagna. Emilia “la rossa”. Emilia la partigiana. La roccaforte della sinistra per eccellenza. Dopo il recente trionfo in Umbria, Salvini si prepara a “marciare” su Bologna. Sarebbe la decima vittoria della destra nelle ultime dieci elezioni regionali. La più importante, la più evocativa. Il punto di non ritorno per una regione, forse per un Paese intero. Matteo lo sa. Lo sa Mattia. È per quello che non riesce a dormire. Ed è in quel preciso istante che ha un’idea. La prima cosa che fa è alzare il telefono. Chiama Roberto, coinvolge Giulia, convince Andrea, gli amici di una vita. “Smettiamola di starcene qui a lamentarci per il clima d’odio e violenza della destra sovranista e populista. Scendiamo in piazza, stretti come sardine. Mettiamoci la facccia, il corpo, il cervello.” Dovevano essere 6.000 sardine. Una in più di quelli che Salvini porterà al PalaDozza. Alla fine saranno 15.000, in piazza Maggiore, radunati in pochi giorni su Facebook e ritrovatisi di colpo fianco a fianco in quell’indimenticabile notte del 14 novembre. La notte in cui la storia e la traiettoria politica di questo Paese ha incominciato a cambiare.

Più che una manifestazione, è un segnale che un enorme pezzo di Paese attendeva da un anno e mezzo, da quando, cioè, l’Italia ha virato pericolosamente verso una destra estrema nazionalista e xenofoba. “Volevamo dare una risposta di popolo alla bestia del populismo – spiega Santori – Abbiamo dimostrato che quella macchina della propaganda e del consenso può essere smontata con dati non manipolabili, ovvero dei corpi in carne e ossa dentro una piazza e dei cervelli che esprimono un messaggio alternativo alla violenza, che è la creatività.”

In tutta Italia si moltiplicano pagine virtuali e piazze reali. Da nord a sud, da Bologna a Taranto, da Modena a Palermo, passando per Napoli, Torino, il Duomo di Milano, i 40mila di Firenze, fino al più piccolo borgo di provincia, la sardina-mania è esplosa in Italia e in Europa. Il 14 dicembre scorso, a un mese esatto dalla nascita, è andato in scena il Sardina-Day. Un’unica grande onda che ha visto scendere in piazza nelle stesse ore, oltre a Roma, tutte le principali capitali europee e mondiali: Berlino, Londra, Madrid, Amsterdam e, oltreoceano, Boston e San Francisco. Quel giorno hanno nuotato anche le sardine di Parigi, Bordeaux e Lione. “La sera di Bologna ero sul divano, guardavo questa piazza straordinaria e mi sono chiesta: cosa stai aspettando? – racconta Valentina Cogliandro, fondatrice, insieme ad altri quattro ragazzi, del gruppo Sardine a Parigi – Viviamo, studiamo e lavoriamo in Francia, ma siamo prima di tutto italiani che amano il proprio Paese e soffrono nel vederlo ridotto così. Per la prima volta, dopo tanto tempo, siamo tornati ad essere orgogliosi di essere italiani.” In fondo, è tutto qui. L’orgoglio di tornare a occupare il dibattito pubblico con parole come umanità, solidarietà, empatia. Dopo una lunghissima notte della ragione in cui salvare vite in mare è diventato un crimine e chiudere i porti un gesto patriottico, le sardine sono riuscite in quello che la politica tradizionale non riesce più a fare: riportare la gente in piazza. In tutto sono quasi 2 milioni le sardine di ogni nazionalità, colore e orientamento sessuale che si sono date appuntamento in tutto il mondo, ispirate da quattro ragazzi insonni che, a un certo punto si sono stancati di restare in silenzio.

Ma siamo pur sempre in Italia. E allora, invece di chiedersi da dove arriva quella rabbia di popolo sublimata in un liberatorio “Bella ciao”, l’unica domanda che giornalini e giornaloni di ogni orientamento politico è: “Chi sono davvero? Cosa vogliono? Chi c’è dietro?” Per alcuni sono comunisti, per altri assomigliano ai grillini di dieci anni fa, c’è chi li associa al due volte Presidente del Consiglio Romano Prodi, chi evoca la presenza di oscuri poteri forti. La verità è che proprio non riescono ad accettare che quattro ragazzi di 30 anni, da soli, senza soldi, senza chiedere il permesso a nessuno, si siano auto-organizzati su Facebook in pochi giorni, portando in piazza 15.000 persone, che di lì a poco sono diventate milioni, in un virus democratico il cui rischio di contagio è altissimo.

Mentre esperti e intellettuali fanno a gara per ridimensionarle, le sardine hanno già cambiato le coordinate politiche e comunicative di questo Paese. Non è solo una questione di piazze, non c’entrano i numeri, non ha neppure a che fare col consenso. Quello che in pochissimi hanno capito è che il fenomeno sardine ha a che fare solo marginalmente con la politica. Salvini, il sovranismo, le stesse elezioni regionali per certi versi sono una scusa, i grimaldelli di un’onda di rivolta pacifica, civile e popolare per anni rimasta dormiente nel ventre della società, per poi esplodere nell’atto più liberatorio e politico di tutti: occupare il proprio metro quadrato di democrazia. Quell’urgenza non ha neppure a che fare con quello che votiamo, ma col modo stesso in cui abbiamo scelto di organizzare il nostro stare al mondo. È una manifestazione umana intima e collettiva a un tempo. Un sentimento comune che, per anni, ognuno di noi ha tenuto nascosto nella nostra coscienza, quasi vergognandocene, fino a che non sono arrivati quattro ragazzi a dirci che non eravamo soli. È l’insegnante che fa lezione a 25 ragazzi “in aule grandi come un salotto” (cit. Mattia Santori); è la mamma che da 18 anni combatte contro l’omotransfobia dopo il coming out del figlio; è la cuoca volontaria in una casa famiglia di malati di AIDS, il giovane ricercatore che campa facendo il cameriere, i genitori adottivi di figli migranti. Ognuno con una storia da raccontare che era diventata rumore di fondo, persa tra gli slogan e l’odio in rete. La grandezza di Mattia e le sardine non è stato essere riusciti a portare folle oceaniche in piazza, ma di aver convinto singoli individui che là fuori c’erano milioni di altri esseri umani come loro che pensavano, sentivano, percepivano la realtà con gli stessi occhi e le stesse paure. Boom!

A un certo punto, senza alcun preavviso, quel 14 novembre 2019, su Bologna e sull’Italia si è abbattuto quello che il matematico libano-statunitense Nassim Nicholas Taleb definirebbe un “cigno nero”. È accaduto che il leader post-politico e anti-politico per eccellenza, Matteo Salvini, ha trovato sulla propria strada un movimento spontaneo di cittadini in tutto e per tutto pre-politico. Per la prima volta, si è dovuto confrontare con qualcuno che, come lui, non parlava la lingua dei politici, ma, invece che puntare alle pance, si rivolgeva alla testa, ai cuori, ai cervelli, ai corpi. Quei corpi che, una sera di metà novembre si sono ritrovati stretti come sardine in piazza, e di colpo hanno smesso di sentirsi soli.

Nessuno sa cosa ne sarà delle sardine, una volta che le fiamme della passione si saranno spente e le piazze svuotate. Nessuno si può permettere di derubricarle a mero fenomeno populista, così come si illude chi pensa che possano diventare un’alternativa concreta ai partiti tradizionali. È una storia che abbiamo già vissuto dieci anni fa con il Movimento 5 Stelle, e abbiamo visto tutti com’è andata a finire. Le sardine sono i semi di un nuovo rinascimento culturale, gli anticorpi al nuovo nazionalismo populista e sovranista. Cari politici, non chiedete alle sardine di fare proposte, non cavalcate la protesta, non metteteci sopra il cappello. Per una volta, sedetevi semplicemente di lato e ascoltate la loro voce. E restituite loro una politica altrettanto seria.


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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.