DAI “TAXI DEL MARE” AL FEMMINISMO: L’IMPROBABILE SVOLTA A SINISTRA DEL SOLDATO DI MAIO

Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio


Quello che all’inizio era solo uno spiffero, oggi è un uragano. Da tre settimane Luigi Di Maio e Davide Casaleggio hanno attuato e messo in pratica una nuova strategia politica – si direbbe quasi un nuovo paradigma – per tentare disperatamente di recuperare consensi rispetto all’alleato Matteo Salvini, in vista delle prossime elezioni Europee.

Un piano studiato nei minimi dettagli tra gli uffici parlamentari romani e la Casaleggio associati con cui i guru della comunicazione stanno cercando di riposizionare a sinistra il Movimento 5 Stelle, dopo 10 mesi in cui è rimasto schiacciato su posizioni smaccatamente di destra, dalla gestione dei migranti alla legittima difesa, sino alla complicità mai pubblicamente smentita sul Ddl Pillon. Una complicità che, sondaggi alla mano, non ha pagato, finendo per provocare una vera e propria fuga di voti verso sinistra, senza il benché minimo ritorno di consensi a destra. D’altronde, quando le posizioni si radicalizzano, tra la copia e l’originale finisce sempre per vincere l’originale. Di Maio e Casaleggio lo hanno capito troppo tardi, quando ormai un terzo dei voti del 4 marzo 2018 in parte erano finiti alla Lega, in parte erano ritornati a casa (Pd) e il resto aveva finito per ingrossare le file dell’astensionismo.

Tre settimane fa, al culmine di un’emorragia senza precedenti, attraverso una serie di riunioni frenetiche tra Roma e Milano alla presenza di tutti i big politici e della comunicazione, è stata messa a punto una fase del tutto nuova e per certi versi inedita, nel tentativo di smarcarsi dall’alleato leghista e accreditarsi (fuori tempo massimo?) come l’ala più moderata, laica e di buon senso della compagine di governo.

Il primo, succulento, banco di prova è stato il Congresso delle Famiglie di Verona. Quale migliore occasione per lanciare l’affondo all’amico-nemico Salvini? Fin dai giorni precedenti all’evento, Di Maio – e a ruota tutti i suoi maggiorenti – hanno lanciato una campagna a reti e social unificati con la quale etichettavano senza mezzi termini quella riunitasi a Verona come “la destra degli sfigati”: una sorta di “Internazionale oscurantista” che voleva riportare l’Italia al Medioevo, cancellando con un colpo di spugna diritti e conquiste faticosamente ottenuti. Tutto vero, tutto giusto. Solo che a pronunciare quelle parole non era (solo) una Boldrini o le donne di “Non una di meno” ma il principale alleato di governo. Lo stesso alleato che non aveva alzato neppure un sopracciglio quando il ministro per la Famiglia Fontana umiliava le coppie omosessuali e rimetteva in discussione l’aborto o quando il senatore Pillon prometteva, con il suo Ddl, di rovesciare il diritto di famiglia così come lo conosciamo.

photo @ga

Non era certo la prima volta che i 5 Stelle rimarcavano la propria differenza genetica rispetto alla Lega. Ma per la prima volta – ed è questo l’elemento di sostanziale novità – il terreno dello scontro si è spostato dalle tradizionali bandiere identitarie grilline (reddito di cittadinanza, No Tav e lotta ai privilegi) ad argomenti che, fino al giorno prima, gli stessi pentastellati avrebbero etichettato come “buonisti”. Chi avrebbe mai pensato, ad esempio, di sentire un grillino indignarsi per il sessismo di alcuni ministri e l’oscurantismo di un congresso, dopo che per anni ci hanno ripetuto alla nausea che si trattava solo di armi di distrazione di massa per deviare l’attenzione dai veri problemi degli italiani. Ma siamo sicuri che stiamo parlando dello stesso partito il cui leader, Beppe Grillo, nel 2014 aizzava i suoi con un post (poi cancellato) in cui chiedeva apertamente: “Cosa fareste in auto con la Boldrini?”, scatenando una valanga di insulti talmente violenti e sessisti da rendere il “World Congress of Families” un ritrovo di educande. Non mi risulta che all’epoca né Di Maio, né Di Battista, né alcun “big” del Movimento 5 Stelle presero le distanze da quella gogna mediatica. Così come, nei quattro anni successivi, il futuro vicepremier e capo politico pentastellato non si è mai particolarmente distinto nella battaglia in difesa dei diritti delle donne.

Calato il sipario e cessato il clamore mediatico su Verona, è stato poi il turno del fascismo. La settimana scorsa Di Maio ha tuonato: “Mi preoccupa la deriva di ultradestra della Lega”, anche in questo caso accorgendosi con circa 10 mesi di ritardo di cos’è la Lega e dopo aver nell’ordine: chiamato “taxi del mare” le Ong, votato il Decreto Sicurezza, salvato Salvini dal processo per il caso Diciotti, cancellato dall’agenda lo Ius soli ed essersi alleato in Europa con il polacco Pawel Kukiz, un nazionalista omofobo che non ha mai fatto mistero delle sue posizioni antisemite. Già, quello stesso Di Maio che, ancora ieri, denunciava pubblicamente le alleanze elettorali di Salvini “con chi nega la Shoah”, ricevendo in risposta dall’altro vicepremier l’ennesima doccia fredda: “Ma quali nazisti e venusiani, i 5 Stelle pensino a lavorare di più.”

In serata la polemica a distanza tra i due leader ha toccato il suo apice mediatico con la doppia intervista in contemporanea televisiva, tra la Rai e La7. E ancora una volta la linea di Di Maio è apparsa chiara e inequivocabile: rivendicare quella diversità ontologica sui diritti civili che, per quasi un anno, era apparsa pressoché inesistente.

Difficile oggi dire se quest’improvvisa fuga a sinistra di Di Maio & Co. sia un mero tentativo di riconquistare il terreno perduto in vista delle Europee o una precisa strizzata d’occhio al nuovo Pd targato Zingaretti per creare le condizioni di una “Exit Strategy” di governo. Di sicuro i vertici M5S hanno capito che l’alleanza di con la Lega ha esaurito la sua carica propulsiva e sono ufficialmente in cerca di nuovi “compagni” di strada. Dimostrando come oggi, a distanza di dieci anni esatti dalla sua nascita, di quel movimento post ideologico “né di destra, né di sinistra” teorizzato da Gianroberto Casaleggio è rimasto un partito altrettanto post ideologico, ma che diventa di destra o di sinistra a seconda della convenienza.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.