DI MAIO E SALVINI VOGLIONO STACCARE LA SPINA E LA TAV È L’ALIBI PERFETTO

Luigi Di Maio e Matteo Salvini


Siamo sinceri. Ma qualcuno crede davvero allo scoppio improvviso, casuale e spontaneo della guerra fredda tra Lega e 5 Stelle

Pensateci un attimo. 

Da quando, nel giugno scorso, è nato questo Frankenstein della politica che mescola abilmente sovranismo e populismo, l’esecutivo non è mai stato così vicino al punto di rottura. E il motivo è semplice. Al di là della Tav, per la prima volta da 9 mesi si sono create, insieme e contemporaneamente, le condizioni per cui ad entrambi staccare la spina non solo conviene ma è, per certi versi, e per ragioni opposte, l’unica opzione percorribile. 

Prendete Di Maio: da giugno ad oggi ha tradito ogni singola promessa elettorale, principio o valore del Movimento 5 Stelle, passando in 9 mesi dal 32 al 21%. Gli restano solo due carte da giocare. La prima è il Reddito di cittadinanza, che ancora deve entrare nel vivo e, se il buongiorno si vede dal mattino, rischia di trasformarsi in un clamoroso boomerang. L’altra è la Tav, o il Tav, come si affannano sempre a precisare gli evangelisti della decrescita infelice. Se dice Sì, Di Maio perde in un amen il partito di mano, e, con esso, la propria carriera. Se dice No, si gioca il governo ma salva la faccia e l’ultima timida speranza di rifarsi una verginità politica, accreditandosi di fronte alla base come salvatore della purezza pentastellata. A quel punto basterà un’ultima spallata alle regole, prorogando i due mandati anche ai parlamentari, e il gioco è fatto. In molti, anche ai vertici del Movimento, si sono convinti che l’unico modo per frenare quest’emorragia di consensi sia ritornare nelle piazze e all’anima più autenticamente populista e popolana, dove tutto è cominciato.

Dall’altra parte abbiamo uno che, nello stesso periodo, ha visto letteralmente raddoppiare i suoi voti, facendo piazza pulita di tutte le regioni in cui si è presentato, penetrando fin nel sud e nelle isole. Anche a Salvini resta un’ultima carta da giocare per non perdere definitivamente l’ultimo credito da parte di quel Lombardo-Veneto produttivo che lo attende al varco dopo il reddito di cittadinanza e la “meridionalizzazione” leghista. Se il “Capitano” si piega ai 5 Stelle sulla Tav, perde in un colpo solo nord e faccia. Quale momento migliore allora per raccogliere le fiches sul tavolo e andare all’incasso, giusto in tempo per lanciarsi, con mani e testa libere, nella campagna per le Europee.

Nel cantiere della Tav

La verità è che Salvini e Di Maio si trovano entrambi di fronte a un bivio. E, per motivi diversi, vogliono la stessa, identica, cosa: spegnere le macchine. Il primo per monetizzare; il secondo per sopravvivere. Il tutto senza contare che nei prossimi mesi cominceranno a vedersi con chiarezza, e senza più alibi, gli effetti potenzialmente devastanti delle misure economiche approvate. Quando succederà, Di Maio e Salvini vogliono essere sicuri di essere il più lontano possibile da Palazzo Chigi, e da abbastanza tempo per poter incolpare ancora una volta i tecnici, i burcorati del Mef, gli eurocrati brutti e cattivi, Macron e persino il destino cinico e baro se necessario. 

Quando due leader, messi alle corde dalla loro stessa propaganda, vogliono così tanto una stessa cosa, finiscono per fare l’unica che abbia senso in questi casi: mettersi d’accordo. Non sapremo mai cosa è accaduto esattamente nelle frenetiche ore di ieri notte, a margine del Consiglio dei ministri. Quel che è certo è che, a un certo punto, nella quiete apparente di un giovedì sera di ordinaria demagogia, a leader e leaderino è partita la vena da crisi di governo con toni troppo anfetaminici e dai tempi troppo sincronizzati per essere solo una banale schermaglia tra alleati. Potrà trascinarsi anche ore, giorni, persino settimane, in coma farmacologico, ma la verità è che questo esperimento di esecutivo pop-sovranista è ai titoli di coda, in maniera consensuale, tra finti rancori e malcelati sospiri di sollievo. Non cadrà semplicemente sulla Tav ma su quello che la Tav rappresenta e, in definitiva, sulla base di quello stesso esperimento alchemico su a cui è nato: il mero calcolo elettorale. Entrambi hanno solo un ultimo problema, nient’affatto trascurabile: lasciare il partner convincendo l’opinione pubblica di essere stati lasciati. D’ora in poi la guerra di nervi lascia spazio alla guerra di comunicazione. Ciò che resta, ancora una volta, sono i conti lasciati da pagare a chi verrà dopo (ma questa non è certo un’esclusiva di questo governo) e i macigni sociali, civili e culturali che pesano sulla società.

D’altronde, come ha chiosato mirabilmente ieri sera Antonio Padellaro, “un governo nato dall’improvvisazione non poteva che finire improvvisamente.” Anche se d’improvvisato questa volta c’è poco o nulla. 

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.