DA “MAI COL PD” A “POLTRONARI” AL “MONTI BIS”: L’INSOPPORTABILE NOIA DI ASCOLTARE SALVINI

Matteo Salvini


Ed eccolo lì, il “povero cristo” (cit. Giancarlo Giorgetti), ridotto a parlare dai banchi dell’opposizione, per la prima volta da senatore semplice. Lo ascolti per quattro secondi e di colpo ogni perplessità, ogni dubbio sul nascente governo si dissolve in una nuvola di imbarazzo, spavento e vergogna.

Chiunque lo abbia seguito ieri pomeriggio in Senato, durante la discussione generale sulla fiducia al governo e, a sera tarda a Porta a Porta, si è trovato di fronte un uomo sfatto, confuso, paranoico. L’ombra dell’uomo forte che, appena un mese fa, si rivolgeva agli italiani chiedendo “pieni poteri”.

In venti minuti d’intervento in Aula l’ormai ex ministro degli Interni è riuscito a inanellare una serie inenarrabile di insulti, menzogne, castronerie, minacce neanche troppo velate, offese pesanti e rancorose. In uno dei discorsi meno ispirati da anni a questa parte, Salvini si è limitato a ripetere, come un disco rotto, una dopo l’altra, tutti i pezzi forti del repertorio delle ultime settimane: Conte, Macron, Merkel, “governo di Parigi, Berlino e Bruxelles”, “Monti bis”, “Mai col Pd”, Bibbiano, Saviano, “poltronificio”, ora anche Gentiloni.

Al di là dell’immondizia prodotta dalle sue labbra, al di là della violenza che trasuda da ogni sua frase, quello che ti lascia addosso il Salvini di oggi è un soffocante senso di noia. Ascoltarlo a Porta a Porta, in Aula o in una diretta Facebook a caso è come assistere a una litania monotematica e ossessiva durante la quale ripete e mastica gli stessi tre o quattro concetti un numero infinito di volte, che di solito scorrono in interminabili elenchi di “sinistri nemici” degli italiani o di fantomatici risultati ottenuti dalla Lega al governo. Il tutto con un vocabolario complessivo che non supera le 70-80 parole (più qualche rutto in omaggio) e con una gestualità talmente elementare che sembra rivolgersi a bambini di sette anni.

Se hai il coraggio di spingerti sino in fondo, di solito ti assale quella sensazione sgradevole di essere stato appena trattato come un minus habens. Ed è esattamente questo che milioni di italiani vogliono: qualcuno che sia appena migliore di loro da fargli desiderare un duce ma non abbastanza da farli sentire stupidi.

Liliana Segre, 89 anni

Ma c’è un passaggio del discorso di ieri in Senato, su cui pochi si sono soffermati, nel quale l’ex “capitano” ha attaccato di petto i senatori a vita, definendoli “schifo” e “casta della casta”. Lo “schifo” di cui parla Salvini ha il volto di una donna straordinaria che di nome fa Liliana e di cognome Segre, che oggi ha festeggiato gli 89 anni direttamente in Senato, esprimendo la fiducia all’esecutivo. Lo “schifo” a cui fa riferimento il leader della Lega è una coraggiosa milanese che a 14 anni è stata liberata dall’Armata rossa dall’orrore di Auschwitz e ha trascorso il resto della sua vita a offrire corpo e memoria alla pagina più tragica della storia dell’umanità. E che, questo pomeriggio, ci ha spiegato la differenza tra fare politica ed essere politica.

Qui siamo oltre la dialettica politica. Oltre l’orrore. Siamo forse al punto più basso di una stagione politica, il salvinismo, che, faticosamente, comincia a tramontare. 

Eppure, mentre vediamo Matteo Salvini in totale confusione, rancoroso, auto-sfiduciato, ora abbandonato anche dai suoi, ad abbaiare alla luna contro un governo costituzionalmente legittimo e democraticamente formato, non dimentichiamoci mai chi è stato e il pericolo che ha rappresentato. E che (per ora, solo per ora) due forze politiche lontanissime tra loro sono riuscite a fermare.

Giuseppe Conte

Chi s’illude che Salvini sia politicamente morto, o non conosce l’Italia o non conosce Salvini. In vent’anni Silvio Berlusconi è stato dato per morto quattro o cinque volte, e ogni volta è tornato, più forte di prima. Il “capitano” in questo momento è una Bestia ferita, all’angolo. Dietro la bulimia comunicativa di questi giorni, si è circondato dei suoi più stretti collaboratori politici e della comunicazione per pianificare una nuova strategia in grado di trasformare un suicidio politico nell’ennesimo trampolino per la sua propaganda. Difficile dire quando, come, in quale veste, se rafforzato o indebolito nei sondaggi. Ma tornerà. Con toni, se possibile, ancora più violenti, ancora più aggressivi. Più agguerrito che mai.

Non sarebbe la prima volta in Italia che si celebra un funerale con la bara vuota.


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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.