DA GABER A GRILLO: COSÌ ANDREA È DIVENTATO SCANZI

Andrea Scanzi
Andrea Scanzi è uomo e collega intelligente, turbonarcisista consapevole (per dirla alla Fusaro), acido per posa, irritante più per vezzo che per convinzione. Se lo conosci di persona, ti trovi di fronte un ragazzo semplice e diretto, così lontano dall’immagine del tuttologo televisivo che lui stesso ha cesellato negli anni con ossessiva, perversa, sapienza. Lui lo sa, a tratti ci gioca, più spesso si compiace. Andrea, per intenderci, è uno di quelli a cui perdoni persino di essere Scanzi. Ciò che fatichi a perdonare è quella postura di retroguardia che ha assunto ormai ad ogni apparizione televisiva e che un giorno sarà ricordata come “scanzismo”: quella formula retorica, in realtà vecchia come un tornio a pedale, che muove dalla presa di distanza formale nei confronti del politico o il partito (più spesso il movimento) di turno, per poi detonare in un trionfale, maestoso, inesausto, peana. Passando per l’immancabile paragone impietoso con l’avversario (di solito Renzi).

Funziona più o meno così: “Di Maio ha delle lacune personali e politiche clamorose, ma sui temi sociali ha fatto più lui in tre mesi che l’intera sinistra negli ultimi trent’anni.” Oppure: “Quando Salvini parla di immigrazione, dice delle bestialità inenarrabili, ma mi vien da ridere a sentir parlare di razzismo o fascismo“. Dovete immaginarvelo un po’ come un elastico: più lo tendi, più arriverà lontano, in una sorta di catapulta lessicale di facilissima presa su chi ha più o meno la capacità di lettura interpretativa di un lemure in fase rem: parliamo di 20 milioni di italiani malcontati. Gli stessi, per essere chiari, che chiuderanno orgogliosamente anche quest’anno senza aver mai aperto neanche per sbaglio un libro. E allora via con libri (che tutti regalano ma nessuno legge), programmi, spettacoli teatrali, persino giurato a Miss Italia. E ovunque ole, ovazioni, applausi.

Andrea Scanzi sul palco

L’artificio è talmente scoperto da diventare caricatura. Del simpatico guascone un po’ naïf che passava con apparente agilità dal tennis al vino, dalle moto ai cantautori, è rimasta la parodia di un giornalista libero e indipendente senza macchia né sconti per nessuno. È il fratello maggiore bonario ma fermo che, all’occorrenza, ha in serbo la scoppola per proteggerti dal mondo e dai tuoi giovanili ardori. C’è, a ben vedere, in Scanzi molto dell’Andrea appassionato studioso di Gaber, devoto al culto del gaberismo del Teatro canzone, di cui ha fatto sue pause e respiri. Ognuna di quelle sentenze apodittiche che scorrono a “Otto e mezzo” con la scioglievolezza di un gelato alla panna è studiata, pensata e financo immaginata per il monologo. È un verdetto auto-conclusivo e auto-riferito che non prevede la possibilità di una replica. Ripulito da ogni tic e posa, lo scanzismo in fondo è tutto qui. Non parla al pubblico, lo blandisce. Non analizza la realtà, la riproduce con la perizia e l’esattezza meccanica di un jukebox, la stessa rassicurante ripetizione, la fiducia incrollabile – contro qualsiasi evidenza o complessità – che ad ogni numero corrisponda una versione dei fatti abbastanza credibile e potabile da continuare a tifare i “guerrieri dell’onestà” senza rinunciare all’illusione di essere cittadini informati.

“Lo scanzismo in fondo è tutto qui. Non parla al pubblico, lo blandisce. Non analizza la realtà, la riproduce con la perizia e l’esattezza meccanica di un jukebox, la stessa rassicurante ripetizione, la fiducia incrollabile – contro qualsiasi evidenza o complessità – che ad ogni numero corrisponda una versione dei fatti abbastanza credibile e potabile da continuare a tifare i “guerrieri dell’onestà” senza rinunciare all’illusione di essere cittadini informati.”

Lo “scanzismo” comincia dove finisce il “casalinismo” e dove la logica ha il pudore di non arrivare. È la versione light della propaganda dura e pura, spurgata del fanatismo social e con una spruzzatina di cultura take-away. Il gioco funziona in quanto palese, scoperto. Come in Stranger things, si instaura nel pubblico una specie di sospensione dell’incredulità, una sorta di patto non scritto con l’ascoltatore in cui ogni parola o accento è funzionale alla costruzione del messaggio, che tende sempre e invariabilmente alla catarsi finale. Professionalmente, un genio. Per tono e presenza scenica, certi momenti di grazia dello scanzismo arrivano a rivaleggiare, nella cosmologia grillina, addirittura con un Travaglio, un Grillo minore o un Di Battista post esilio. Il collo alto esistenzialista, orecchino e barba da tre giorni sono il punto esclamativo sulla sua indipendenza, il marchio di garanzia della sua autonomia di pensiero, ad uso e consumo dei fan.

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa, Andrea, di Scanzi. Che opinione si è fatto dello scanzismo e degli effetti collaterali che ha prodotto in questa società? Magari davanti a un buon vino biodinamico, di quelli che ha la curiosità e il piacere di fiutare in qualche cantina sperduta nelle campagne venete o toscane. Chissà cosa direbbe se sapesse cosa è diventato oggi lo scanzismo: la foglia di fico perfetta per continuare a dirsi di sinistra votando a destra, a parlare di diritti civili senza la scocciatura di difenderli, a nascere grillini e morire leghisti.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.