CRISI DI GOVERNO, TEMPI, TONI E TEMI DI SALVINI SONO PROVE TECNICHE DI REGIME

Matteo Salvini bacia il rosario ad un comizio della Lega

Pubblicato su Tpi il 9 agosto 2019

Guardate bene quello che è successo nelle ultime 24 ore, fissatevi in testa ogni passaggio, ogni frase, ogni dichiarazione urlata o sussurrata, perché un giorno tutto questo potrebbero essere i fossili di un’archeologia politica e istituzionale di cui siamo stati gli ultimi testimoni diretti.

La crisi di governo che si è aperta in queste ore ha alcune caratteristiche che la rendono un unicum nella storia repubblicana.

La prima. Era talmente annunciata e prevista, talmente da copione, e per così tanto tempo è stata evocata, che, quando finalmente è scoppiata, alla prima scusa utile (la Tav), nessuno, paradossalmente – dalla maggioranza all’opposizione – era realmente preparato a quello che stava per accadere. Come se ci fossimo talmente assuefatti a quel teatrino dell’assurdo, a vivere in una sorta di crisi permanente, da credere (forse sperare) che quel momento non sarebbe mai arrivato. E la realtà è che l’unico sul serio pronto ad affrontare le conseguenze di una crisi di governo è anche, e non a caso, lo stesso che l’ha provocata.

Due. Quello a cui stiamo assistendo è forse il punto più alto (o più basso, a seconda dei punti di vista) di quello scontro epocale tra la grammatica istituzionale, con le sue liturgie, la sua forma, i suoi passaggi in apparenza persino paludati, e la nuova narrazione politica ai tempi dei social, con i suoi tempi, la sua velocità post-futurista, l’insofferenza per ogni formalità o prassi istituzionali, quasi fossero una scocciatura da espletare. E un giorno, chissà, da abolire…

Matteo Salvini ieri a Pescara

Quando, tra molti anni, ci chiederemo come sia stato possibile aver rinunciato a principi e garanzie democratiche un tempo considerati inviolabili, ripenseremo a questi giorni di agosto 2019, quando un ex giovane comunista padano cresciuto a Bande Nere (periferia di Milano) è riuscito in soli 13 mesi, con appena il 17% dei voti, a mangiare e risputare fuori un partito dal 33%, votare e farsi votare le leggi più razziste e reazionarie della storia repubblicana, mettersi sotto le scarpe prima la bandiera italiana, poi la Costituzione, il Parlamento, le istituzioni democratiche e persino l’inno nazionale, a trasformare l’Italia in un paese violento, rabbioso, xenofobo, più che raddoppiare i propri consensi, e, alla prima occasione utile, staccare la spina per andare all’incasso.

C’è solo un precedente nella storia d’Italia in cui una simile ascesa sia avvenuta in tempi tanto rapidi e con un tale prepotenza politica, sociale e mediatica. E sappiamo tutti com’è andata a finire. Non serve essere fini conoscitori della storia del Novecento per rendersi conto delle inquietanti similitudini tra le tappe che hanno portato alla Marcia su Roma precipitando il Paese nel Ventennio, e alcuni momenti chiave di questa crisi di governo.

Il premier Giuseppe Conte

Solo un paese che ha smarrito il più elementare alfabeto civile e costituzionale può assistere in silenzio a un vicepremier di minoranza di un esecutivo che apre la crisi di governo, convoca il Parlamento ed evoca lo scioglimento delle Camere, come se fosse contemporaneamente il Presidente del Consiglio e il Presidente della Repubblica in carica. 

Solo un paese che ha perso ogni dignità può accettare senza battere ciglio che un capo-partito chieda di essere investito di “pieni poteri”, neanche fossimo nell’ottobre del ‘22

Solo un paese che ha perduto completamente il senso delle istituzioni può rimanere zitto mentre un ministro si rivolge a parlamentari della Repubblica eletti invitandoli ad “alzare il c***” e presentarsi in Aula il prossimo lunedì, come se fossero pedine alle sue dipendenze. 

Non siamo più di fronte alle sbruffonate di un cialtrone sulla spiaggia con un Mojito in mano. Queste sono prove tecniche di regime. E, se può fare tutto questo, se può spingersi tanto in là, non è solo per i 10 milioni di italiani che lo applaudono, ma per i 50 che stanno zitti. E ogni silenzio, ogni arretramento, è un pericoloso segnale di resa della democrazia, una tacca in più nella discesa verso l’abisso e un piccolo assaggio di quello che sarà.

Perché, se c’è una cosa su cui anche i più acerrimi avversari del governo gialloverde concordano, è che, allo stato attuale, con il quadro profilato dai sondaggi, con il clima che si respira in questo paese, l’aria di populismo e anti-politica che ha soffiato così forte da sfociare in cupi rigurgiti nazionalisti, con un’opposizione in ostaggio di se stessa e delle sue correnti interne, una legge elettorale contorta e pasticciata, il Parlamento (e il governo) che verrà sarà persino peggiore di quello attuale. Più reazionario, più illiberale, più oscurantista. Definitivamente legittimato da leggi inumane, dalla propaganda e, infine, da un voto. Che è l’ultima parvenza di democrazia in un paese che, gioiosamente e distrattamente, sta scivolando verso il regime più pericoloso di tutti: quello nel nome del popolo.


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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.