CARI GIORNALISTI, NON È VIETATO FARE DOMANDE A SALVINI

Matteo Salvini bacia il rosario durante un comizio


È dal 1º giugno 2018 che non sento una domanda. 13 mesi passati tra una diretta Facebook e un comunicato stampa copiato e incollato, tra un tweet rilanciato su schermi da 400 pollici, whats app di regime e veline fatte scivolare sinuosamente sotto le porte virtuali delle redazioni, tutti con l’orecchio teso a carpire una frase, una soltanto, pur di aprire il tg delle 20 con un titolo ad effetto, in quel derby infinito del sovranismo di cui giornali e telegiornali sono stati prima spettatori, poi ambasciatori, infine aedi e cantori d’elezione. Abbiamo visto e sentito di tutto in questo primo, drammatico, anno di governo. Tutto, meno che una domanda. 

E nel silenzio assordante di un’intera categoria – la mia categoria – c’è l’ultimo tassello mancante di una democrazia che si sta sgretolando un pezzo per volta: parlamento, magistratura, stato sociale. E infine la stampa. Con qualche rara eccezione: Lilli Gruber, la redazione di Sky Tg 24, Formigli, a tratti Gabanelli (non a caso costretta a emigrare dalla Rai), quasi spariti i grandi quotidiani. E tacendo dei tanti meravigliosi cronisti in prima linea ad  ogni emergenza. Fuori da qui, il deserto regna “sovrano”.

C’è qualcosa di spaventoso e inquietante nel vedere un ministro degli Interni, nel salotto di “Quarta Repubblica” (su Rete 4), libero di raccontare il falso a milioni di italiani su presunte “telefonate tra ong e scafisti” (con tanto di gesto della cornetta ripetuto tre volte in favore di telecamere), senza che un solo giornalista lo interrompa per ricordargli che ogni legame è stato smentito da ben tre diverse procure e nessuna inchiesta abbia mai prodotto lo straccio di una prova o di un indagato. È accaduto ieri sera, in prima serata, e tutto sommato è sembrato normale. Un copione già letto di un film già visto. A cui abbiamo finito per abituarci.

Se oggi Matteo Salvini si può permettere di inanellare un monologo dietro l’altro, da “Porta a Porta” fino a “Telecupolone”, è perché larga parte del giornalismo in Italia ha rinunciato definitivamente a informare e si è accontentato semplicemente di riportare le opinioni dei politici. Non è stato, a dire il vero, un blackout improvviso, semmai  il punto più basso di quella genetica contiguità al potere che esiste dal giorno in cui in Italia è nato il giornalismo. Mentre nei paesi anglosassoni i quotidiani nascevano con un mercato e per il mercato, in Italia aprivano con i soldi e per la voce di un padrone. E così è continuato, tra alterne vicende, per tutto il Novecento.

Matteo Renzi

La luna di miele della stampa con il leader di turno non è cosa inedita per il nostro paese. Era accaduto con Berlusconi, con Monti, col primo Renzi, ma senza mai rinunciare alla propria autonomia e rifiutando a prescindere una posizione di subalternità. Un confronto tra poteri, giocato alle pari, con regole e confini ben precisi che nessuno si è mai sognato di oltrepassare. Quando oggi vedi Salvini intervistato travestito da pompiere o in costume da bagno al mare, è difficile capire dove finisca l’intervista e dove cominci il monologo. Prima che abbiamo avuto il tempo di accorgercene, è crollata la diga invisibile che separava intervistato e intervistatore. A un certo punto, complice anche la rete e i social, il giornalista ha cessato di essere un interlocutore per diventare un mero mezzo, puro strumento del politico di turno, alla stregua di uno stick per i selfie o una storia di Instagram. 

Per anni gran parte dei giornalisti politici ha radiografato ogni singolo sopracciglio alzato nel Pd, ogni spiffero interno, ogni errore strategico, ogni gaffe o frase fuori posto, e nel frattempo là fuori orde di barbari assediavano il forte col fiato che ancora puzzava di parolaccia, inneggiando alla fine della democrazia così come la conoscevamo. Colleghi di cultura sopraffina e dall’indubitabile mestiere si sono persi in una orgogliosa, testarda, battaglia personale con chi aveva osato dichiarare loro guerra. Credevano di poterli controllare. Hanno finito per essere controllati, usati, manipolati, per arrivare in quelle stanze dove nessuna piazza, nessun “vaffanculo”, da soli, li avrebbe mai portati. E, mentre tutto questo avveniva, all’orizzonte già si intravedevano i germi che il grillismo ha seminato in lungo e in largo per il paese, finendo per diventare la peggiore delle vittime possibili: un portatore malsano della malattia e del tutto privo di anticorpi. Ancora una volta col gentile omaggio della stampa, troppo ingolosita da questa nuova ondata di barbari, più violenti nei toni eppure abilissimi a trattare col potere, rozzi fino al parossismo e, al tempo stesso, abilissimi a muoversi alle cene di gala: la versione riveduta, corretta e italianizzata del vecchio druido sulle rive del Po con l’ampolla in una mano e il dito medio nell’altra.

La nave Sea-Watch 3

Tutti sappiamo com’è andata a finire, ma nessuno sa di preciso come uscirne. Né è compito del quarto potere – ci mancherebbe – indirizzare il corso degli eventi in un senso o nell’altro. Ma quello che oggi noi tutti, come informazione, non possiamo più permetterci è accettare in silenzio che un vicepremier armato di tweet e rosario si senta libero di vestire contemporaneamente i panni di ministro, poliziotto, magistrato e perfino giornalista. Di farsi le domande e darsi anche le risposte, in una spirale di adulazione a reti unificate che non ha precedenti nella storia della Seconda Repubblica.

Scendiamo alla prima fermata, gettiamo via la giacca e la cravatta e diamoci una spettinata. Smettiamo di aver paura di esporci in nome di una supposta e improbabile terzietà. La vera imparzialità oggi, nell’epoca della post verità, non significa tacere ma prendere una posizione chiara, netta, coraggiosa. Onesta con il pubblico e con i lettori. Non limitarsi a fare domande ma pretendere anche delle risposte. Con il rischio di rinunciare a qualche esclusiva o perdere l’ennesimo messaggio in bottiglia da Di Maio a Salvini (e viceversa) ma con la consapevolezza di aver contribuito, nel proprio piccolo, ad aver reso la società una democrazia un poco migliore (e più informata) in cui vivere. 

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.