Antonio Megalizzi
Sarà che da qui, in volo a ottomila metri d’altezza, certe cose si vedono più chiaramente. Eppure non riesci a non pensare a quel commento. Lo rileggi una, due, dieci volte e non puoi fare a meno di chiederti: chi è? Cosa passa nella testa di qualcuno che scrive una cosa del genere? Uno che ossessivamente, per i sei, sette commenti successivi, continua a ripetere con la bava alla bocca uno slogan per sentito dire e che probabilmente manco sa bene cosa significa: LA PACCHIA È FINITA! Come può avere addosso una tale rabbia, una tale frustrazione?

Allora sono andato a sbirciare sul suo profilo. E quello che ho trovato lì dentro spiega più e meglio di cento trattati di politologia l’età delle macerie in cui viviamo. Ho visto un uomo, una moto, un figlio. Un padre di famiglia che si traveste da Babbo Natale, si commuove sinceramente condividendo il video di una bambina autistica che canta “Hallelujah”, posta la foto del suo bimbo davanti all’albero di Natale. E, in mezzo a questo quadretto familiare, linka articoli che inneggiano a Mussolini e dichiara guerra agli allevamenti intensivi; si eccita per la chiusura dei porti e, due secondi dopo, eccolo sulle barricate contro la violenza sulle donne. È questa roba qui che stiamo combattendo oggi. Questa agghiacciante centrifuga ideologica in cui gli animali contano più delle persone, i bambini non si toccano (anche se neri), ma le loro mamme possono tranquillamente affondare su un barcone. Un mondo in cui il femminismo significa “proteggere le nostre donne” dallo straniero.

Non so se è chiaro. Categorie come destra e sinistra sono a galassie di distanza dalla testa di quest’uomo. E, se vogliamo avere una qualche chance di capire qualcosa di quello che sta succedendo oggi in Italia e nel mondo – e possibilmente uscirne – dovremmo mettere da parte per un attimo Gramsci e sforzarci di leggere quello che scrive Andrea, cosa pensa, chi odia. Perché. Raccontargli chi era e cosa faceva Antonio, quella sua testarda, assurda, convinzione che si potesse – che si POSSA – continuare ad essere chi siamo senza smettere di chiederci chi sono gli altri, quali sono le loro storie, i loro sogni. E che, anzi, più ci sforziamo di essere noi stessi, più capiremo le vite degli altri. Antonio aveva in mente un nome preciso per tutto questo: Stati uniti d’Europa. E si era messo in testa di poterlo raccontare a quelli come Andrea dal microfono di una radio. Antonio se n’è andato facendo quello che amava, Andrea ha una rabbia cieca e un figlio meraviglioso. Questi ragazzi sono gli scogli a pelo d’acqua di un’Europa lacerata da rabbia, spavento e sangue, eppure miracolosamente viva. Possiamo scegliere di ascoltare Andrea, che il terrorismo lo vuole sconfiggere con la tolleranza zero, così simile all’intolleranza che non percepiamo più neppure bene la differenza. Oppure possiamo accendere la radio a cui Antonio ha dato (la) vita e chiederci se non esista un modo diverso di resistere e di lottare. Guardate che chi a Straburgo si è armato di fucile e ha sparato non sta combattendo quelli come Andrea. Non è dell’odio e del razzismo che ha paura, ma delle parole, di chi legge, di chi ascolta una radio. È di quelli come te, Antonio, che hanno paura.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.