ADDIO PONTE MORANDI, TI ABBIAMO ODIATO. MA, IN FONDO, CI MANCHERAI

Il momento dell’esplosione del Ponte Morandi

Non è se ma quante volte. Al giorno. se ma quante volte. Al giorno. L’abbiamo preso tutti quel maledetto ponte. Per anni, in coda al mattino e con il sole in faccia al ritorno, in certi giorni di tarda primavera, e la radio che andava e veniva, come se qualcosa la disturbasse.

A dirla tutta, non era nemmeno un ponte. I ponti li prendi, sui ponti ci sali. Sul Morandi ci finivi per inerzia, da est addirittura ci arrivavi dall’alto, dopo una breve rampa in discesa, quasi ci planavi, e da lì diritto fino in fondo verso una galleria, una vacanza, un nuovo o un vecchio amore.

Il moncone del Morandi

Qualunque cosa fosse, da questa mattina ‪alle ore 9.38 non c’è più. Crollato. Una seconda volta, fatto brillare con l’esplosivo. La prima era stata ‪il 14 agosto del 2018,‪alle ore 11.36, ma allora nessuno ci aveva avvertito. Ed è per questo, forse, che ce lo ricordiamo tutti: dov’eravamo, cosa stavamo facendo, con chi.

Ci sono date nella vita di una persona, o di una città, che restano lì sul calendario, e non c’è verso di andare avanti. Non è che te ne rendi conto subito. Hai bisogno di tempo, per realizzare, per contare quello che hai perso, per elaborare. È come una specie di limbo. Un tempo sospeso in cui tutti i genovesi hanno vissuto per dieci, infiniti, mesi, in bilico tra ricordare chi ha perso la vita sopra il ponte e occuparsi di chi sotto quel ponte aveva una vita, una casa, una storia, e in dieci secondi ha perso tutto.

Quando una tragedia di queste proporzioni prende forme, non hai tempo per piangerti addosso o prendertela con qualcuno. Ci sono i soccorsi, la conta delle vittime e dei danni, le case da sfollare, le perizie da svolgere, i danni da risarcire, le vite da ricostruire. Paradossalmente, a salvarci è stata l’emergenza, l’essere obbligati a vivere al ritmo e al respiro di questa ricostruzione permanente, che ti prosciuga ogni forza, energia, tutto. Anche il tempo di abbatterti.

Il premier Conte taglia la torta del nuovo ponte

E pensare che ne avremmo avute di ragioni per protestare contro un governo lento, pachidermico, perso in una guerra di principio con Società Autostrade che nessuno ha mai capito sino in fondo in una città che chiedeva solo un nuovo ponte, in tempi certi e rapidi. E che non facesse più paura. Siamo gente pratica, noi genovesi, che non vuole pacche sulle spalle o vuota retorica ma infrastrutture, lavoro, soluzioni al traffico. In una parola: normalità.

Eppure – è strano a dirsi – ma un pezzo di quel ponte, il Morandi, rimarrà sempre lì, per anni, come un arto fantasma che resta vivo nella mappa neurologica di una città. E lì resterà, anche quando saremo davvero tornati alla normalità, quando ci sarà il nuovo ponte di Renzo Piano, più bello, più moderno, più sicuro, quando sui ponti ci saliremo sul serio, e magari la radio finalmente prenderà quella dannata frequenza.

Oggi, con quel tasto premuto su un telecomando, sono venuti giù quel che restava degli stralli e dei piloni, ma il Morandi non sparirà mai davvero. In qualche modo dovremmo imparare a conviverci, come dovremmo convivere – chissà ancora per quanto – con lo strazio e le responsabilità morali e legali per le 43 persone che quel ponte lo hanno preso per ultimee non sono mai arrivate dall’altra parte. Nessuna demolizione, nessun nuovo ponte restituirà pace alle loro famiglie. Però tutti gli altri vanno avanti, perché è così che si deve fare. O almeno provarci. Da oggi noi genovesi possiamo continuare a invecchiare, le lancette sono ripartite dal punto in cui si erano fermate. Guardo l’orologio: sono le ore 11.37 del 14 agosto 2018. Domani è un altro giorno.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.