ADDIO ALL’ITALIA MIGLIORE CHE CI RENDE ORGOGLIOSI DI ESSERE ITALIANI

photo @ga (credits Repubblica)


No, loro no. Ci pensi e ci ripensi, e ogni volta arrivi sempre alla stesa conclusione: tutti ma non loro. Persino un razionalista come me non può fare a meno di pensare che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in un aereo che precipita con a bordo 157 tra gli esseri umani più interessanti, coraggiosi e “giusti” (per dirla alla Benjamin) di questo pianeta.

Otto di loro erano italiani. “L’Italia migliore” è un termine incredibilmente abusato, ma loro erano proprio questo. Uomini e donne, ragazzi e ragazze, che ai nostri vaghi ideali di umanità e giustizia avevano dato un corpo e un senso, sacrificando tutto: affetti, forse amori, sicurezze, carriera. 

Sono quelli che li aiutavano davvero a casa loro, mentre noi non siamo neppure in grado di garantirgli un tetto sopra la testa e una paga decente a casa nostra. Su quell’aereo dell’Ethiopian Airlines è morta l’Italia della solidarietà, delle ong, delle onlus. L’Italia che salva vite in silenzio e di cui nessuno parla. L’Italia della schiena dritta che non si rassegna all’odio, della bontà che non chiede nulla in cambio. È morta l’Italia della cultura, dell’intelligenza. Abbiamo perso Sebastiano Tusa. Era uno dei più importanti archeologi a livello mondiale, ma ha dovuto attendere di morire perché qualcuno in Italia si accorgesse di lui. 

photo @ga

C’è un’Italia meravigliosa che non conosce muri né confini, che ogni giorno attraversa il mondo esportando il proprio genio, la propria cultura, imprenditorialità, umanità, visione, e che tutto il mondo ci invidia. Chiunque abbia visto quest’Italia all’opera sa esattamente di cosa parlo. Un pezzo di quell’Italia si è strappato ieri mattina alle 8.38 ore italiana, in una distesa brulla di campi a pochi chilometri da Addis Abeba. Ed è quello stesso frammento di Paese che, contro ogni evidenza, nel bel mezzo di una delle più violente ondate di odio e paura mai registrate, torna a farci sentire all’improvviso orgogliosi di essere italiani. 

Se un marziano dovesse giudicare chi siamo dal ristretto campione di persone che era su quell’aereo, finiremmo persino per sembrare umani.

E allora, se non possiamo diventare loro, l’unico modo degno, sensato, per ricordare questi otto grandi italiani, è sforzarsi almeno di assomigliare un po’ a loro, a quello che erano, a quello che avrebbero voluto essere, e, soprattutto, a quello che ancora avrebbero potuto fare per questa umanità perduta.

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.