A MALTA, NELL’INFERNO DEI CASINÒ ON LINE, DOVE IL SOLE NON SORGE MAI

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Da “Il Fatto Quotidiano” del 2 marzo 2015


Il confine tra fortuna e miseria è uno schermo da 15 pollici o il touchscreen di un i-Phone. Di qua milioni di anonimi giocatori che “bruciano” anche migliaia di euro al giorno. Di là un esercito di giovani croupier che le multinazionali del gaming spremono con la promessa di una buona paga e l’illusione di un’esperienza all’estero. Malta, Cipro, Lettonia, Gibilterra, Costa Rica: sono solo alcuni dei paradisi fiscali dove, negli ultimi anni, sono sorti come funghi sale da gioco e casinò on line, attratti da aliquote invitanti e leggi in cui i diritti del lavoro sono fermi a quarant’anni fa. Dove gli imprenditori scoprono l’Eden spesso si nasconde l’inferno per i figli della crisi. Schiavi moderni che cercano una via di fuga virtuale alle casse di un supermercato o alle liste di disoccupazione. E, una volta arrivati, diventano pistoni di un ingranaggio che li assorbe, li spolpa e poi li getta via, quando non servono più.  Sono centinaia i ragazzi tra i 18 e i 28 anni di tutta Europa che ogni giorno rispondono ad annunci in rete per diventare dealer (come sono chiamati in gergo).

Anche Edward – il nome è di fantasia – ha cominciato così. “Vivevo a Dublino, senza alcuna prospettiva lavorativa e neppure i soldi per permettermi la scuola da croupier. Così mi sono messo a cercare in rete, e gli unici che mi garantivano lavoro e corso di formazione li ho trovati a Malta”. Un mese dopo è a Sliema, costa est dell’isola. Qui trova decine e decine di giovani che, come lui, inseguono un sogno o un guadagno in apparenza facile e alla portata di tutti. Sole, mare, un’atmosfera internazionale. Ma, una volta svanita l’euforia dei primi tempi, Edward scopre un “lavoro monotono, privo di stimoli, alienante. A cominciare dal rapporto con il cliente, che può vedere te, senza che tu possa vedere lui”.

Tutto il resto è reale: il tavolo da gioco, le fiches, le carte, la roulette, ogni cosa ripresa da una webcam accesa giorno e notte. Così come drammaticamente reali sono l’assenza di diritti, tutele, indennità per i dipendenti, la violazione sistematica delle più elementari norme di sicurezza. Un esempio? “Se dovesse scoppiare un incendio – rivela Edward – sei costretto a terminare comunque il gioco. La procedura standard ti obbliga a terminare la mano in corso, scusarti e alzarti. Il tutto senza che il giocatore si accorga di nulla”. In due anni che lavora qui, Edward non ha mai partecipato a una sola prova d’evacuazione. “Nella mia azienda le fanno tutte al mattino, mentre io attacco alle 3 del pomeriggio”. Te lo racconta così, con un misto di distacco e rassegnazione, quasi fosse normale rischiare la pelle sul posto di lavoro.

L’incendio, come qualunque altra emergenza, semplicemente non è un’eventualità contemplata. Nei casinò maltesi il problema più grande sono i black-out. Improvvisi cali di corrente a cui dopo un po’ ti abitui, e alla fine neanche fai più caso. “Capita spesso, a causa del sovraccarico di energia che comportano strutture come queste. Ma è un disagio che interessa tutta l’isola”.

Malta ricava quasi tutta l’energia che consuma dal petrolio trivellato nelle piattaforme del canale di Sicilia o importato dall’estero, grazie al sistema fiscale agevolato. Un mercato che finisce per schiacciare qualunque investimento sulle energie alternative, dal solare all’eolico, nonostante trecento giorni di sole all’anno e vento in abbondanza. Oggi, però, quell’energia non basta più a soddisfare le esigenze delle decine e decine di casinò on line proliferate nell’isola nel giro di pochissimi anni. “Ovviamente noi abbiamo generatori d’emergenza per mandare avanti il sistema – aggiunge Edward – Praticamente non ce ne accorgiamo neppure”. Qualunque cosa accada, la pallina bianca deve continuare a girare sulla ruota, 7 giorni alla settimana, 24 ore su 24, fino a quando è rimasta anche una sola fiche sul tavolo o un cliente da “soddisfare”. Con il tacito accordo delle leggi maltesi sul lavoro, sempre più sbilanciate a favore dell’imprenditore. “Conosco colleghi che lavorano 24/7 senza straordinari notturni. Io per fortuna non finisco mai oltre le 5 del mattino, ma nessuno a Malta ha più di 6/8 ore di malattia al mese, a seconda dell’azienda per cui lavora: se sfori quel tetto, non ti pagano, ma mantieni il posto”. Non solo. “In alcuni casinò, ad ogni tot di errori (come, ad esempio, una pallina che cade) ti sottraggono soldi dallo stipendio”.

St. Julian’s Bay, a Malta

Funziona così in questa piccola isola-laboratorio dell’ultraliberismo selvaggio. Una terra promessa dell’off-shore dove l’aliquota è al 35% e le banche valgono ormai otto volte il Pil nazionale. Il gioco, insieme al turismo, rappresenta il magnete più potente per attirare capitali esteri. Inglesi, italiani, ma anche danesi, finlandesi, turchi. Ogni Paese ha una sua lingua e una sua stanza da gioco all’interno di vere e proprie multinazionali dell’azzardo. “Sono palazzoni enormi e completamente anonimi – li descrive così Edward – In periferia ce n’è addirittura uno che riunisce 15 o 20 casinò, per altrettante nazionalità diverse”. Mentre un dealer chiude una mano di Texas hold’em in francese, nella sala a fianco un collega turco ha appena raccolto le puntate di tre connazionali, in collegamento via chat.

Eppure, nonostante tutto, Edward non ha mai pensato di tornare a casa. Può sembrare un paradosso, ma lui qui è considerato un privilegiato. Uno da invidiare. Deve ringraziare il padre, che gli ha dato quel po’di sangue inglese (la madre è italiana) grazie a cui, a 22 anni, arriva a guadagnare oltre 2500 euro al mese: quasi il doppio di quello che intasca un collega italiano di pari età e livello. “I vostri casinò sono quelli che pagano meno – spiega – Si parte da uno stipendio base di 1.000-1.100 euro (contro i 2.000 nostri o i 1.800 dei finlandesi), che ogni anno cresce con gli scatti di anzianità”. Se gli chiedi se è giusto tutto ciò, Edward solleva le spalle. “Non lo so, non me lo sono mai chiesto. Mi pagano abbastanza per non farmi troppe domande”. Però, a pensarci bene, qualcosa da dire sugli italiani ce l’ha. “A Malta si comportano come fossero a casa loro. Arrivano qui pensando di trovare il paese dei balocchi: casinò, droga, prostituzione, tutto racchiuso in una cittadina. Parlano la lingua del posto, perché i maltesi sono cresciuti con le televisioni italiane, ma quaggiù in pochi li amano”.

Poco amati e poco pagati. Sarà per questo che in molti reggono qualche settimana e poi crollano. Ma spesso stringono i denti fino al sesto mese, quando termina il periodo di prova. “Se rinunci o ti mandano via prima, lo Stato maltese ti chiede un rimborso tasse enorme”. Cristina lo ha scoperto sulla sua pelle qualche mese fa, quando è stata licenziata senza troppe spiegazioni a pochi giorni dalla scadenza dell’apprendistato. Il motivo? Ha denunciato di aver subito minacce di morte da parte di un giocatore. Invece di difendere la sua dipendente, l’azienda ha scelto di tutelare la propria immagine, eliminando il problema alla radice. Cristina di questa storia non ha mai voluto parlare, neppure sotto copertura. Da queste parti nessuno ha voglia di parlare. Mentre sulle homepage delle corporation scintillano monete d’oro, slot e donne in abiti succinti, dietro le quinte regna l’omertà. “Quando firmi un contratto, ti vincolano alla segretezza anche per anni dopo che si è concluso ogni rapporto lavorativo” rivela un dealer che chiede di rimanere anonimo. Per evitare casi come quello di Cristina, molti casinò vietano espressamente ai croupier di avere rapporti con i giocatori al di fuori del lavoro. In un ambiente in cui l’80% dei dealer sono donne e quasi tutti i giocatori uomini, Edward rappresenta un’eccezione. “Questo mestiere è come un peepshow psicologico – dice – Anche la semplice gentilezza con il cliente può essere equivocata. La maggior parte sono ludopatici. A volte ti insultano, altre ti ringraziano. Alle ragazze capita di subire avances anche molto pesanti. Parliamoci chiaro: se a me dai dello stronzo, mi faccio una risata. Ma una ragazzina, alla terza volta che le dai della ‘succhiac…’, magari ti scoppia a piangere al tavolo”.

Dopo due anni trascorsi dietro a una webcam a “smazzare”, Edward ha visto passare migliaia di giocatori: abili, fortunati, ingenui, compulsivi. Ma non ti abitui mai a vedere la gente che si rovina con le proprie mani. “Ci sono quelli che giocano pesante per una settimana e poi spariscono di colpo. Alcuni vengono da me a giocare lo stipendio, i soldi della scuola del figlio. E tu ti senti del tutto impotente: puoi consigliare una pausa o ripetere che ci vuole responsabilità nel gioco, ma non puoi mai dire, per nessun motivo, ‘fermati’”. Non si può fermare la ruota che gira.   

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.