4 MESI OGGI: È ORA DI SQUARCIARE IL MURO DI SILENZIO SU SILVIA ROMANO

Silvia Romano


Oggi sono quattro mesi esatti da quando, il 20 novembre 2018, Silvia Romano è stata rapita in Kenya da bande locali nei pressi del villaggio di Chakama.

120 giorni di attesa, poche notizie e angoscia infinita, durante i quali sulla cooperante milanese di 23 anni è calato un silenzio irreale. Tutto quello che sappiamo di lei sono informazioni non verificate e inverificabili che la vogliono ancora in ostaggio dei rapitori, con le trecce recise a sfregio e lasciate in un bosco, senza la possibilità neppure di lavarsi e costretta ad indossare il niqab 24 ore al giorno. Ma, e questa è la cosa più importante, viva. Il problema è che ognuna di queste notizie risale a fine novembre-inizio dicembre scorso. In mezzo, sono state fermate o arrestate oltre 100 persone, senza tuttavia mai arrivare a una qualche pista credibile. L’ultima notizia di Silvia è datata 21 gennaio, quando la polizia kenyota con un’informativa si è detta certa che la ragazza fosse ancora tra le mani dei rapitori, forse nascosta nel delta del fiume Tana, con la complicità della popolazione locale. Poi più nulla.

120 giorni in cui l’unica cosa che abbiamo sentito dire di lei è che “le sue smanie di altruismo costeranno caro ai contribuenti italiani”, come ci ricordava con tono borioso e paternalistico Massimo Gramellini nel suo “Caffè” quotidiano sul “Corriere della Sera”. Immancabile l’ira funesta del web, prontissimo a indignarsi (giustamente) per un commento vergognoso e altrettanto rapido nel passare a un altro argomento abbastanza “social” e dimenticarsi di Silvia e di quel suo sogno, meravigliosamente, forse ingenuamente, puro, di aiutarli davvero a casa loro.

120 giorni in cui il Ministero degli Esteri non ha quasi aperto bocca. È il silenzio di un governo – e di un’intera società – che si riempie la bocca di “prima gli italiani”, ma quando ce n’è una che non si allinea al sentire comune, alla chiusura, all’egoismo imperante, allora diventa un fantasma. L’unica dichiarazione che trapela dalla Farnesina è quella di rito. “L’impegno e l’attenzione sul caso sono costanti.” Ma il timore diffuso è che le trattative siano ferme a un binario morto da tempo. Al di là dell’ovvio riserbo sulle azioni diplomatiche intraprese (ammesso che ve ne sia qualcuna), è ora di squarciare quel muro di silenzio pubblico nei confronti di Silvia Romano, così come per padre Dall’Oglio, rapito nel 2013 a Raqqa da guerriglieri vicini ad Al-Qaida e sulla cui sorte da sei anni aleggia il più fitto mistero.

Padre Dall’Oglio, rapito a Raqqa nel 2013 da Al-Qaida

120 giorni di sofferenza indicibile per i genitori di Silvia, che, ancora nei giorni scorsi, raggiunti da alcuni giornalisti, si sono limitati a un inequivocabile “Non abbiamo niente da dire”. A loro questo governo deve ogni sforzo per riportare Silvia a casa, costi quel che costi. Lo deve anche ai cittadini italiani, per dimostrare che lo Stato c’è e non abbandona i suoi cittadini. Ma lo deve, soprattutto, a chi come Silvia crede ancora nella solidarietà in una società in cui, se decidi di aiutare il prossimo, vieni liquidato nella migliore delle ipotesi come “figlia di papà annoiata” (è stato detto anche questo, e tutto sommato era il commento più gentile). Perché la cooperazione non è un capriccio, è una missione. E perché, prima che “contribuenti”, siamo esseri umani. 

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.