MARCO CAPPATO, UN “DISOBBEDIENTE” PER CAMBIARE L’EUROPA : “IL CORPO? UN ANTIDOTO CONTRO L’IDEOLOGIA”

Marco Cappato


C’è la parola, pesata, mai banale, che taglia come un bisturi questa strana epoca della paura e la ridispone su un’ideale mappa dei diritti ottenuti, negati e quelli ancora da conquistare: eutanasia, legalizzazione della cannabis, dignità del malato.

C’è il corpo di un uomo di 49 anni, Radicale, una vita trascorsa in prima in linea a “credere, disobbedire, combattere” (come il titolo della sua recente auto-biografia, edita da Rizzoli). Il corpo come arma di lotta e “antidoto contro l’ideologia”. 

C’è una figlia arrivata due mesi fa (“sono ancora un papà in prova”). Ma c’è, a ben vedere, in Marco Cappato, qualcosa che nella politica non trovi più, come una sorta di monacale distanza tra il rigore del tono e la vastità emotiva delle sue battaglie. Quasi avesse bisogno a tutti i costi di razionalizzare, per non lasciarsi sopraffare dalle emozioni. Lui che su quel sottile filo, in bilico tra servizio pubblico e vita privata delle persone, ha camminato per tutta la vita. Sullo sfondo, una parola – disobbedienza civile – che ciclicamente ritorna, tenendo insieme, in modo ondivago ma granitico, gli ultimi 25 anni di lotte: dal primo arresto a Bruxelles per una protesta contro una censura di stampa fino a una caserma di Milano, dove nel febbraio 2017 Cappato si è auto-denunciato per aver accompagnato in Svizzera Fabiano Antoniani, in arte Dj Fabo, nel suo ultimo viaggio verso una morte diventata ormai sempre più indistinguibile dalla vita. 

Inevitabile, oggi, ripartire da qui, dall’essenza stessa della parabola umana e politica di quello che molti considerano l’erede naturale di Marco Pannella. E che, i prossimi 25, 26 e 27 gennaio, si candiderà ufficialmente alla segreteria di +Europa, in vista della campagna elettorale per le Europee.

Cappato, oggi il concetto di “disobbedienza civile” è tornato prepotentemente d’attualità con la protesta dei sindaci contro il decreto sicurezza e la chiusura dei porti. Ma cosa significa oggi questa parola? E davvero questo concetto si può applicare ai primi cittadini ribelli? Oppure, come alcuni dicono, è mera propaganda politica?

Se guardiamo un po’ tutto da lontano, penso che il segno dei tempi sia quello di una crisi di credibilità della stessa democrazia. Oggi, a livello di cittadini e di opinione pubblica, nessuno dà più per scontato automaticamente il fatto che, se una cosa è stabilita dallo Stato o dalla legge, allora di per sé è giusta. Un fatto, questo, in parte anche pericoloso. Un conto è una disobbedienza civile in cui ci si assume pienamente la responsabilità della violazione della regola e diventa, così, un modo diverso di onorare la regola, invece di sminuirla o calpestarla, di onorare la legge, il principio della legge, e fare tutto il possibile per renderla più giusta. Non c’è un manuale, un canone per cui io possa permettermi di puntare l’indice e dire ciò che è vera disobbedidenza civile e ciò che non lo è. Sicuramente quello che ho cercato di fare, non so se riuscendoci o meno, è ispirarmi ai principi fondamentali della storia radicale, quelli dell’assunzione di responsabilità e del richiamo a valori superiori ma, al tempo stesso, inseriti dalla Costituzione. E quindi, ancor una volta, guardando e riferendomi alla legge.

Rivede gli stessi principi nella battaglia dei sindaci disobbedienti?

Quello che hanno dichiarato sindaci come Orlando è il tentativo di sollevare dei conflitti inter-istituzionali, in cui non è tanto il sindaco a rischiare del proprio, ma ha a che fare con la legittima volontà di mettere un’istituzione in contrapposizione a un’altra. Condivido, peraltro, nel merito le obiezioni mosse sulla base dei principi costituzionali e delle libertà fondamentali contro il Decreto sicurezza. Che è cosa diversa da uno strumento di lotta nonviolenta come quello radicale, ma non significa che sia politicamente inferiore o meno valido.

Pochi giorni fa ha incontrato il Presidente del Consiglio per chiedere di velocizzare le misure attuative della legge sul Biotestamento, a un anno dalla sua approvazione. Siamo davvero così indietro?

La conoscenza dei cittadini sul fine vita e sul diritto di scelta è minima, e non riguarda solo il testamento biologico ma anche la questione delle terapie, ovvero la possibilità di decidere quando rinunciare alle cure. Di tutto questo i cittadini non sono consapevoli. Non c’è stato un programma di formazione nei confronti della classe medica. Stiamo parlando, quindi, di una legge applicata ancora soprattutto nei contesti di maggiore preparazione medica e culturale, il che rischia di tenere fuori proprio quelli che ne avrebbero più bisogno. Ho avuto per ora riscontri positivi dal governo sulla possibilità di registrare in via digitale la dichiarazione di trattamento. Un passaggio importante, che deve, però, andare di pari passo a un serio investimento sulla conoscenza della legge, sulla formazione e sull’informazione.

Quanto è ancora lunga la strada per una vera legge sull’eutanasia in Italia?

Beh, una data fondamentale sarà quella del 24 settembre prossimo, il termine che la Corte costituzionale ha dato al Parlamento per prendere una decisione in materia. È chiaro che, se il Parlamento non farà nulla, a quel punto passerà alla Consulta la responsabilità di decidere i margini di disapplicazione dell’articolo 580 del Codice penale. E quello sarà un passaggio decisivo.

È ottimista?

Il compito di chi fa una lotta non è quello di essere ottimista o pessimista, ma di portarla avanti fino in fondo. L’elemento che ci dà forza è il grado di consapevolezza e di maturità da parte dell’opinione pubblica, che è molto consistente. In tutti i sondaggi e le iniziative sul tema abbiamo sempre trovato una grande risposta in termini di consenso. La vera difficoltà è riuscire a porre il tema all’ordine del giorno. Una volta portato all’attenzione il tema, la consapevolezza dell’opinione pubblica è a uno stadio molto avanzato. Senza contare che il fatto che la Corte costituzionale abbia recepito e corrisposto l’obiettivo della nostra disobbedizenza civile facilita molto la possibilità di ottenere una risposta, che arrivi dal Parlamento o dalla Consulta stessa.

Cappato, nel 2002, accanto a Nichi Vendola, durante il Pride di Padova

Quanto ha influito il caso di Dj Fabo, che l’ha vista in prima linea, nel riconoscimento del problema proprio da parte dell’opinione pubblica?

Già i casi Welby ed Englaro, in assenza di ogni dibattito, avevano portato a una maggioranza sociale e politica sull’eutanasia. La vicenda di Fabo è stata sicuramente decisiva per l’approvazione del testamento biologico, e, al tempo stesso, ha tolto al fronte proibizionista, almeno in questa fase, la speranza di poter mobilitare le masse contro questo tipo di provvedimenti. Allo stato attuale l’idea che alla fine della vita dobbiamo essere liberi di poter decidere la nostra strada è un’idea profondamente radicata in questo Paese.

C’è una frase che ha scritto nel suo libro che mi ha colpito molto: “Essere liberi di sorridere fino alla fine”. Fabo lo è stato? E cosa le resta addosso, umanamente ed emotivamente, di quei giorni?

Il senso di amicizia, di famiglia, dell’amore che aveva intorno a sé. Ovviamente stiamo parlando di una morte in arrivo, di una situazione che prepara un lutto, una tragedia, e ovviamente è anche questo. Però, quando è così fortemente voluta, così fortemente cercata, con tanta serenità e con quella capacità di sorridere, di scherzare, di essere generoso nei confronti degli altri, beh, tutto questo ci racconta contemporaneamente il gusto dell’amicizia, della famiglia, dell’amore, che è stato molto presente, sino all’ultimo istante.

La storia di Fabo, di Piergiorgio Welby, di Luca Coscioni, di Eluana Englaro, sono storie anche e soprattutto di corpi. Ma il corpo è anche quello di chi protesta contro un diritto negato attraverso uno sciopero della sete o della fame. Che ruolo gioca e ha giocato il corpo, e quanto è stato importante, nelle grandi battaglie radicali?

Il corpo è l’antidoto all’ideologia, nella misura in cui l’ideologia cerca di piegare la realtà alle idee che abbiamo. Il problema dell’ideologo è che, quando alle idee non corrisponde la realtà dei fatti, invece di domandarsi dov’è che l’idea va aggiustata, spesso finisce per piegare le persone a quelle stesse idee, e non viceversa. Se c’è di mezzo il corpo, questa operazione è più difficile, perché il corpo si ribella, il corpo è la realtà viva che dà un senso, nel modo più esteso, alla coscienza. E la menzogna dell’ideologia diventa più debole, più fragile. E non solo quella dell’ideologia. Quando si cerca di far prevalere la ragioni di partito, della maggioranza, del governo, delle opposizioni, quelli sono ragionamenti che vanno bene per la politica politicante. Se, però, il corpo si ribella, esprime un’urgenza, diventa difficile rimandare. Il malato terminale o la donna che deve abortire, o anche l’operaio che viene licenziato, esprimono col loro corpo delle urgenze immediate, e il corpo diventa, così, anche un antidoto alla burocratizzazione dei temi. Naturalmente non è che il corpo abbia sempre ragione, ma ha una forza e una potenza politica senza paragoni.

Un esempio?

Pensiamo soltanto a una persona che vive la ricerca sull’embrione alla stregua di un omicidio. Questa persona esprimerà un’urgenza, ma perché quest’urgenza diventa intrinsecamente più debole? Perché l’embrione viene percepito più come un prodotto ideologico che reale. Considerare un grumo di cellule invisibile a occhio umano alla stregua di una persona con una vita, una storia, una coscienza, è un esercizio complesso. E, alla fine, questo pesa. Naturalmente non è che il corpo sia una prerogativa radicale. Su diversi temi abbiamo trovato momenti di grande sintonia anche col mondo religioso. Pensiamo, per esempio, al corpo denutrito di chi muore di fame, o il corpo dei detenuti tuttora ammassati illegalmente nelle celle italiane, o ancora il corpo di 2200 morti annegati nel 2018 nel Mediterraneo, tra l’Africa e l’Italia. Non significa che una politica sia giusta e un’altra sbagliata. Si può anche credere in buona fede che la linea dura di restituzione alla Libia dei migranti pescati in mare ridurrà il numero degli sbarchi e delle morti. Quello con cui non si fa i conti, ancora una volta, è il corpo di quei profughi rinchiusi nei campi di prigionia libici, dove regnano abusi e violenze di ogni genere. Comunque la si pensi, non sono temi che si possono affrontare senza mettere in gioco il corpo.

A proposito di migranti, si è conclusa dopo 18 giorni, per fortuna senza vittime, l’odissea delle due navi delle ong in balia del Mediterraneo con l’accordo sulla redistribuzione dei 49 migranti. Chi ha vinto e chi ha perso?

Non ha vinto nessuno e, soprattutto, non si è concluso nulla: ce ne saranno altri 30, altri 50 e così via. Il conto dei vincitori e degli sconfitti si gioca esclusivamente sulla popolarità che ognuno è riuscito a trarne. E da questo punto di vista mi pare facile immaginare che la popolarità sia sempre crescente per chi fa la faccia più dura e usa l’espressione più truce. Dopodiché, o affrontiamo il problema dell’esplosione demografica in Africa e il fatto che le donne africane non hanno diritto a decidere se e quando fare figli. O affrontiamo il problema di aiutare a portare democrazia e stati di diritto, invece di perderli anche a casa nostra, e lavorare per la pace in questi paesi, contribuendo a creare dei canali legali di integrazione per quella parte di migrazione di cui anche la nostra vita sociale ed economica ha bisogno. Oppure rimarrà un problema ingovernabile in cui, oltre alle vittorie di consenso, vere vittorie di civiltà, di umanità, e di benessere per le persone non arriveranno.

Cosa resta dell’Unione in tutto questo? Oggi il sogno europeo pare sempre più ostaggio dei nuovi nazionalismi, degli egoismi, degli interessi di parte che prevalgono su quelli collettivi. Come si salva questa grande utopia che chiamiamo Europa?

Oggi le istituzioni europee sono ancora prevalentemente a-democratiche, cioè prive di una vera vita democratica diretta. Allora penso che, tanto quanto è urgente difendere l’Europa da chi vorrebbe farne il capro espiatorio dei propri limiti e della propria incapacità sui temi nazionali, allo stesso tempo non possiamo limitarci a una difesa dell’esistente, che anche per noi è assolutamente insoddisfacente. Dobbiamo proporre soluzioni che mettano al centro il concetto di patria europea, di lotta politica comune per i cittadini polacchi, ungheresi, al fianco di chi oggi in Ungheria manifesta contro le leggi schiavitù di Orban e la cancellazione dei diritti sindacali. È necessario far vivere questa patria europea con gli strumenti della democrazia e della partecipazione. Altrimenti il grande sogno federalista europeo  rischia di diventare irraggiungibile.

Una proposta che la vedrà spendersi in prima persona con la candidatura alla guida di +Europa. Lo ha fatto pubblicamente con queste parole: “Mettiamo al centro la difesa e la conquista di antichi e nuovi diritti civili e politici, lavorando per la democratizzazione degli Stati e della stessa Unione europea”.

La nascita di +Europa è stata una reazione molto tempestiva e opportuna alla retorica nazionalista dilagante, non solo in Europa. Ora, però, dobbiamo anche costruire progetti per l’Europa che vogliamo. Per fare questo lo strumento +Europa deve dotarsi di capacità e possibilità di azione che vanno oltre il recinto nazionale e anche oltre il recinto dei partiti per come li conosciamo adesso.

Un giovanissimo Marco Cappato

Che partito sarà quello di Cappato? E qual è la tua idea di segretario?

Ho in mente un partito partecipativo in cui il segretario non accentra il potere, semmai è al servizio delle idee e di battaglie che il partito porta avanti, ovviamente tracciando una linea e dando una direzione, una strategia chiara e precisa. Penso al modello dell’associazione Luca Coscioni che, grazie a Filomena Gallo e al motto “Dal corpo del malato al cuore della politica”, è riuscita a portare nel dibattito pubblico istanze che nascono dal corpo e dalla società, in questo caso dalla scienza. Credo che questo modello sia valido in generale, non riguardi solo il malato ma tutti i cittadini e le loro urgenze. E credo abbia la massima dignità politica anche all’interno di un soggetto politico.

Corpo che è anche pancia, probabilmente decisiva nell’imporre un modello, quello oggi al governo, che tratta con insofferenza i diritti civili, quasi fossero diventati qualcosa di elitario, da radical chic, per privilegiati. Di chi è la responsabilità?

C’è una grande responsabilità della politica dei decenni precedenti. Lega e 5 Stelle hanno raccolto i risultati di uno svuotamento progressivo e costante della democrazia attuato in Italia dal ’48 in avanti. Se pensiamo ai decenni di referendum traditi, di giustizia negata, di conoscenza negata, di informazione applicata con ferocia nel servizio pubblico e dalla Rai, da come la Corte costituzionale nei decenni abbia sottratto lo strumento referendario ai cittadini. Tutto questo ha scavato nel profondo sulla credibilità della democrazia e del diritto nel nostro Paese. Come può esserci fiducia nella giustizia quando ci sono quasi 10 milioni di procedimenti giudiziari pendenti. Ecco perché non basta buttare la croce addosso a chi oggi magari non fa nemmeno discutere lan manovra economica in Parlamento. Bisogna ricostruire una possibilità di interazione tra cittadini e Stato. Non basterà puntare il dito su quelli che oggi occupano il potere. Se oggi detenere il potere può significare anche passare sopra al Parlamento, questo non è che il prodotto di decenni di violazione delle più basilari regole costituzionali. Senza, tuttavia, per questo chiudere gli occhi di fronte alle responsabilità innegabili dell’attuale governo.

Per molti è un esecutivo marcatamente di destra, altri lo definiscono più “modernamente” sovranista. Destra e sinistra sono parametri ancora validi oggi per spiegare la realtà politica e sociale che stiamo vivendo?

I piani sono molteplici. Basti pensare al concetto di uguaglianza, che può essere applicata in modi e forme opposte tra loro. C’è l’uguaglianza coercitiva delle ideologie comunisteggianti; e c’è, invece, l’uguaglianza dei punti di partenza, il “Welfare State” teorizzato da Beveridge. O prendiamo la fede nell’individuo e, quindi, nella libertà individuale, anche quella può essere esaltata da un’ideologia superomista in cui l’individuo si fa forte di un’etnia o di una religione per combattere altri individui; oppure può essere declinata in un’accezione più liberale di ricerca della felicità personale. È vero che, per come vivono oggi i partiti, il distacco dalla realtà sociale rende i concetti di destra e sinistra sempre più confusi e ideologici. Però quegli assi che Bobbio individuava come chiavi di lettura per declinare il concetto di destra e sinistra, di uguaglianza e libertà, rimarranno sempre attuali. Tutto sta nell’accezione che diamo a un termine. Quando parliamo di sovranismo o nazionalismo, dobbiamo prima intenderci di cosa stiamo parlando. Se parliamo di sovranità democratica in cui i cittadini possono decidere della propria sorte, è un conto; se, invece, il tema è il tentativo di prevalere di una nazione sull’altra, le cose cambiano radicalmente.

Il cambiamento più radicale lei lo ha vissuto nella sua vita privata. Il 20 novembre scorso è nata Vittoria Micol. Che papà è Marco Cappato?

Sono ancora in un periodo di prova, non ha neanche due mesi. Sicuramente con mia moglie puntiamo a condividere pienamente i ruoli e a essere intercambiabili. Non siamo ancora arrivati alla fase dell’interazione con nostra figlia, ma è già cambiato il modo di gestire gli orari e organizzare la vita quotidiana. Per esempio, mi si sono espanse le ore del lavoro notturno, il momento più tranquillo e indisturbato della giornata.

Impossibile non chiudere questa chiacchierata con Marco Pannella. Questo che è appena iniziato è il terzo anno senza il “Signor Hood”. Cosa lascia a lei personalmente e quanto manca una figura così oggi, in questo paese martoriato da oscurantismo e analfabetismo sui diritti civili?

Comincio oggi a comprendere, più di quanto non mi sia capitato negli ultimi anni, la forza di un monito, che era quello sulla necessità di affermare il diritto alla conoscenza. Pannella non ha avuto il tempo materiale di riuscire a tradurlo in obiettivi istituzionali definiti. Ma è sempre più evidente che la materia prima fondamentale, non solo per la democrazia, contro le fake news, ma anche per l’immaterialità dell’economia, è sempre di più il fattore conoscenza, e quindi la necessità crescente di investimenti nella scuola, nella formazione, nell’università, nella ricerca scientifica, nella pubblicità dello Stato, delle leggi, delle motivazioni, delle decisioni che un potere assume. Il futuro della democrazia si giocherà sul diritto alla conoscenza e il vero e proprio amore per le istituzioni e la ricerca della verità: non una verità assoluta ma quella con la v minuscola. Pannella tutto questo lo aveva capito e anticipato di anni, decenni. La figura di Pannella oggi sarebbe di un’importanza vitale per il dibattito politico italiano, ed è un’assenza che pesa tremendamente.   

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Written by Lorenzo Tosa
35 anni, giornalista professionista, grafomane seriale, collabora con diverse testate nazionali scrivendo di politica, cultura, comunicazione, Europa. Crede nel progresso in piena epoca della paura. Ai diritti nell’epoca dei rovesci. “Generazione Antigone” è il suo blog personale.